L'Amletico

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Il toro e la Madonna, la festa millenaria di Bacugno

Fu Mario Ciaralli a parlarmi per la prima volta di Bacugno (una frazione di Posta in provincia di Rieti). Uomo mite e gentile, grande conoscitore della cultura contadina nel territorio amatriciano e dell’alta Sabina, lo intervistai nel 2021 nella sua bottega romana a via del Governo Vecchio, incuriosito da quella vetrina nella quale rivivono storie di transumanti, oggetti arcaici e dipinti con soggetti campestri. (leggi qui l’intervista)

Mi raccontò di una terra dove il passato remoto collima con il presente, dove il tempo atavico non è mutato granché.

Un luogo dove i pastori leggono il Tasso e l’Ariosto e improvvisano ottave in rima, al suono di una ciaramella o di un organetto, e dove antichissimi riti si tramandano in un impasto sincretico di paganesimo cristianizzato.

È quel lembo di terra laziale che si incunea nelle terre degli Abruzzi, dove si sono mescolate le antiche genti italiche dei sabini e dei piceni. Qui, in un paese dimenticato sull’antica via del sale, sconquassato da terremoti e dall’abbandono delle aree interne, sopravvive qualcosa di unico nel panorama delle festività religiose cristiane.

“Il mio appennino è un luogo di struggente bellezza, in cui una esigua minoranza di umanità, non riducibile a dimora urbana, si nutre di piccoli eroismi quotidiani, fronteggiando il fallimento, l’abbandono e la scomparsa. […] Il mio Appennino concede la percezione del collasso materiale e spirituale di una civiltà, ma permette di affinare lo sguardo sul non invano di ciò che ci ha preceduto. Non vorrei essere che qui, in questa incerta ora, un contesto economicamente fallimentare, politicamente insignificante, socialmente perdente, eppure qui riluce la vita nella sua essenzialità, riluce la vita nel suo mistero”.

Giovanni Lindo Ferretti, Il mio appennino.

 

La curiosità divenne intrattenibile, così decisi di partire da solo per prendere parte alla festa di Santa Maria della Neve che ricorre il 5 agosto. La scoperta fu decisamente oltre le mie aspettative, e quella curiosità divenne un’ossessione, che cercai di saziare con approfondimenti storici e antropologici.

Un anno dopo sono tornato, per seguire meglio tutte le fasi della festa e per realizzare un documentario. Incapace di restituire a parole lo stupore dell’antico rito, ho affidato il compito alle immagini, che spero saranno in grado di rendere al meglio la bellezza e la complessità della festa. Nel frattempo, però, ho provato a raccontare brevemente quanto vissuto a Bacugno.

 

La mietitura

Giammarco mi telefona: “Il grano è pronto! Il forte caldo ha anticipato i tempi e non possiamo aspettare molto, altrimenti si guasterà.”

Il 9 luglio è il giorno designato per la mietitura. L’appuntamento è alle 16 in un campo vicino alla chiesa di Santa Maria della Neve. Il primo ad arrivare è Franco, che capisco subito essere un personaggio fuori dal comune. I suoi occhi vispi mi scrutano scandagliandomi, come se volesse studiarmi. Si muove agilmente tra le spighe, con un corno di bovino che gli ciondola tra le gambe, suscitando ilarità e qualche battuta tra i paesani. Al suo interno vi tiene dell’acqua e una pietra per arrotare la falce, un falcetto di piccole dimensioni che da queste parti chiamano ‘serricchiu’.

“Vedi, in questa spiga c’è la storia dell’uomo”, dice Franco con voce ammaliante, avventurandosi in una conversazione affascinante sull’evoluzione dell’uomo dallo stato nomade di cacciatore-raccoglitore a quello stanziale di agricoltore-allevatore e sul suo legame millenario con il grano e il pane.

“Mettici la filosofia in questo documentario che vuoi fare”, mi dice fin da subito.

Man mano sopraggiungono in molti, e chini sul campo sotto al sole ancora cocente iniziano a mietere il grano, accompagnati dal suono di una tamburella e un organetto. Tra di loro si distingue Venanzio, calamitico per gli obiettivi dei fotografi presenti per indole e atteggiamento. Agronomo nel corpo di un camallo in un paio di blue jeans sdruciti, miete il grano con tagli veloci a precisi, grattandosi di tanto in tanto la schiena nuda e madida con il falcetto. Il cappello di paglia adombra i suoi occhi, chiari come ghiacci patagonici, mentre la barba lunga e ispida gli conferisce un aspetto forastico dal fascino antico.

“Gli anni passati venivo con la trebbiatrice e in una mezz’ora di lavoro raccoglievo tutto il grano. Quest’anno ho insistito per farlo a mano, perché anche i più giovani possano vedere come si è sempre fatto” mi racconta Venanzio.

Mietitura del grano a mano, Bacugno, 9 luglio.


“Uhss piglia la bestia nel grano

Uhss caccia la bestia dal grano!

Aèhh!

Lega la bestia alla fascina

Che paghi pena per la rovina

Stringila forte, stringila bene

Legala all’ultimo covone

Paghi il pegno per la stagione!

Aèhh! Aèhh!

Falcia falcia mietitore […]

Che ritorni ancora il raccolto
Che rifiorisca ora che è morto”

Vinicio Capossela, La bestia nel grano.

 

Le spighe dorate serviranno a realizzare il Manocchio, un grande covone di diversi quintali, sapientemente legato a mano dopo essere stato ripetutamente bagnato per rendere più elastico il grano.

Lu Manocchiu è il ringraziamento per il raccolto della stagione e un invito propiziatorio affinché anche le messi dell’anno venturo siano buone e abbondanti. È un legame con la terra ancestrale, connesso probabilmente con gli antichi culti riservati alla dea Vacuna, divinità sabina arcaica e misteriosa già agli occhi dei romani, che proprio in queste terre era venerata, come testimoniano i recenti ritrovamenti archeologici avvenuti a Montenero Sabino – dove è stato rinvenuto un importante santuario dedicato alla dea – oltre ai diversi toponimi legati ad essa (Vacone in Sabina e la stessa Bacugno).

Nei giorni e nelle settimane a seguire gli uomini e le donne bacugnesi metteranno insieme le fascine di grano per dare vita al Manocchio.

I preparativi per la festa sono iniziati.

 

La legatura del Manocchio

Il 2 agosto il grande covone di grano è quasi terminato.

Arriviamo in paese nel pomeriggio e ci rechiamo nell’ara Gregori, un campo dove è posato il Manocchio sotto la tettoia di un vecchio fienile. Resta da realizzare la treccia, una lunga fascia di grano che ne dovrà cingere la circonferenza.

“Siamo rimasti in tre o quattro a saperla fare”, mi dice Dario, che intreccia mazzetti di spighe tra di loro, spiegando al giovane Flaviano come compiere ogni passaggio.

Anche noi abbiamo imparato così, rubando con gli occhi”.

Dario Pica realizza manualmente la treccia, Bacugno, 2 agosto.

Tutti i presenti danno una mano come possono, selezionando le migliori spighe di grano per comporre la treccia. Il giorno seguente l’appuntamento è di nuovo nell’ara Gregori, per compiere gli ultimi passaggi. Il piccolo terreno è stracolmo di giovani, adulti e anziani, che partecipano festanti al momento che ha qualcosa di solenne e al contempo giubilante. Il Manocchio viene issato da alcuni uomini, che poi lo fermano con chiodi di legno e delle corde per renderlo più stabile. A questo punto viene adornato della treccia e infine viene pettinato con una grande coperta di lana bagnata, per rendere la parte apicale più bella e caratteristica.

L’ultimo passo consiste nella realizzazione della croce, anch’essa di grano, che sarà posta sulla sommità. La croce, elemento cristiano per antonomasia, costituisce l’evidente appropriazione cristiana di un simbolo pagano, legato al culto della divinità Vacuna, protettrice della fertilità e del riposo dopo le fatiche nei campi.

Il Manocchio è terminato, pronto per essere portato in processione il 5 agosto.

Venanzio Rosata e Giammarco Pica realizzano la croce di grano, Bacugno, 3 agosto.

 

Il canto a braccio

3 agosto, 21 circa.

Tramontato il sole, la zona del grande prato di fronte alle vecchie scuole, nella frazione di Steccato, inizia a riempirsi di persone, arrivate per ascoltare i poeti pastori.

Sono dodici i poeti giunti per il consueto Festival del canto a braccio dalle zone circostanti e qualcuno anche dalla Toscana, per rivivere questa antica tradizione comune in buona parte dell’Italia centrale, una tradizione radicata nella società contadina. La figura del poeta pastore si perde nella notte dei tempi, rivestendosi di un’aura mitica che arriva fino a Teocrito e all’Arcadia virgiliana. La pastorizia è un lavoro duro, che richiede tempra e fatica, ma concede anche momenti di quiete e stasi, duranti i quali i pastori si sono sempre sfidati in tenzoni poetiche, nutrite dalle letture dei grandi autori della letteratura, da Omero a Dante fino al Tasso e all’Ariosto.

Stupisce constatare come certi poeti delle generazioni passate, sebbene appena capaci di scrivere (come mi raccontò Mario Ciaralli a proposito di Virginio di Carmine, conosciuto come il Gigante Buono), fossero dei maestri dell’ottava rima, che declamavano con grande sapienza e scioltezza utilizzando anche termini colti.

“Cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna
Che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia
Io, tirato su a castagne e ad erba spagna”

Francesco Guccini, Addio.

 

Donato De Acutis si esibisce durante il Festival del canto a braccio, Bacugno, 3 agosto.

Ottava dopo ottava assistiamo divertiti all’agone poetico, che segue delle rigide regole metriche e di contenuto, sempre improvvisato sulla base di un argomento a contrasto che viene comunicato sul momento, acuendo notevolmente le difficoltà per i poeti. Notiamo con stupore alcune persone intente a riprendere tutte le esibizioni e a segnare rapidamente le rime su un taccuino. Scopriamo poi essere dei ricercatori francesi, linguisti di diverse università che stanno compiendo degli studi su questa tradizione, che è in effetti un campo molto arato da antropologi, linguisti ed etnomusicologi.

 

Il solco e la biffa

La notte è lunga e l’alba è lontana. La serata prosegue spostandosi al bar “Li mastari”, dove giovani e giovanissimi continuano le esibizioni canore improvvisando strofe al ritmo forsennato di organetti e tamburelli. La birra e il vino scorrono copiosi per scaldare voci ed animi. C’è nell’aria un’atmosfera concitata, un euforia paragonabile forse solo ai grandi eventi sportivi. Verso le due di notte arriva una ragazza direttamente dalla Svizzera: “ho viaggiato per dodici ore in macchina per fare la biffa”, ci racconta Saveria, bacugnese trasferitasi oltralpe per lavoro.

Capiamo che quello che stiamo per vivere è qualcosa di davvero insolito e speciale.

Verso le 3 arrivano i trattori; è il momento di salire sui rimorchi. Ci facciamo spazio nel vecchio rimorchio di un grande trattore, accovacciati a terra e intabarrati in felpe, maglioni e coperte. Venti minuti dopo il trabiccolo inizia a muoversi. Si parte.

La salita dei solcatori sui trattori in direzione del Monte Boragine, la notte del 3 agosto.

Lasciato il paese il trattore si inerpica su strade bianche ripide e dissestate, dove bisogna stare in guardia e al grido di “frascaaa!” abbassarsi con la testa per non essere colpiti dai rami. La salita è lunga, ma passa spensierata in compagnia tra canti e bevute. Dopo circa due ore di viaggio sballottolante, arriviamo alle primissime luci dell’alba ad una fonte da dove proseguiremo a piedi. Con un’ora di cammino arriviamo alla fine del bosco, dove quasi tutti, stremati e assonnati, si accasciano in stato semi dormiente. I festaioli più esperti, tra i quali Venanzio, Dario e Giammarco, devono perlustrare il bosco in cerca della biffa.

A questo punto il lettore si starà chiedendo che cosa sia questa biffa. Dal punto di vista pratico altro non è che un albero di faggio, tagliato per l’occasione e adornato con altri rami frondosi.

Ma la biffa è in realtà un simbolo e svolge anche una funzione.

Sta a simboleggiare il contatto della terra con il cielo, e indica il punto nel quale inizia la solcatura, un’aratura della terra compiuta a mano dai solcatori che ridiscende per tutta la montagna per ricollegarsi poi a Bacugno, dove, davanti alla chiesa di Santa Maria della Neve, viene issata una seconda biffa.

La tiratura del solco dritto, come viene definita, è fatta in direzione della chiesa, ed è collegata simbolicamente sia all’aratura dei campi da parte dei buoi con l’aratro e quindi all’atto della semina, che alla leggenda legata al titolo della chiesa. Secondo la tradizione, fu la storica nevicata avvenuta il 5 agosto del 352 d.C. sul colle Esquilino a Roma ad indicare a papa Liberio il luogo dove edificare la grande basilica dedicata alla Madonna (da lì appunto della Neve). Il pontefice tracciò un solco sulla neve per indicare il perimetro della futura chiesa, e forse il solco che veniva fatto durante questa festa – e ad oggi vietato dalla Forestale perché troppo profondo e quindi pericoloso in caso di forti piogge –  è connesso anche a questa storia.

Ma torniamo a quelle prime luci del mattino.

La biffa è stata individuata in un alto faggio di oltre venti metri. Venanzio si appresta a buttarlo giù con l’accetta. Gli bastano pochi colpi ben assestati per abbattere il tronco, che da qui sarà portato in spalla da diciotto solcatori. Il peso è considerevole e il dislivello cimentoso. La biffa sale lentamente sopra ad un mare di nuvole, in un paesaggio fiabesco che si spalanca ad ogni piè sospinto. Per un breve istante mi sembra di vedere la scena di Fitzcarraldo - film di Herzog del 1982 - nel quale un battello a vapore sale lentamente su una collina, trascinato da sforzi sovrumani verso quella conquista dell’inutile di cui il regista bavarese parlerà anche in un libro.

I solcatori portano la biffa in cima al Monte Boragine, alba del 4 agosto.

Arrivati sulla cima del monte Boragine, la biffa viene vestita, cioè adornata di rami e frasche per farla assomigliare nuovamente ad un albero. Con un’operazione complessa e delicata, viene issata e messa in una buca, e poi fissata con tiranti d’acciaio.

La biffa è ora ben visibile da tutta la vallata.

Il simbolo, fallico e propiziatorio, resterà qui per tutto l’anno, per essere tolto pochi giorni prima della prossima festa. I solcatori iniziano la discesa, lunga e difficoltosa per la ripidità della montagna, alleviata dalla sosta a Vetozza, piccolo paese dove la tradizione vuole che ci si fermi per rifocillarsi con una ricca colazione offerta dalla comunità locale. Giunti nuovamente a Bacugno, viene innalzata la seconda biffa proprio di fronte alla chiesa.

Il rito del solco e la biffa, dopo quasi dieci ore dalla partenza notturna, è ora terminato.

  

Il toro ossequioso 

L’acme della festa si raggiunge la mattina del 5 agosto, il giorno di Santa Maria della Neve.

Un’atmosfera febbrile pervade il paese. Per tutti gli abitanti di Bacugno si tratta del giorno più importante dell’anno.

Alle 10 è prevista la messa, davanti al sagrato della chiesa, inagibile dal tragico terremoto del 2016. È qui che ci rendiamo realmente conto di quanto questa festa abbia ancora un afflato pagano. Sono in pochi i partecipanti alla celebrazione religiosa, quasi esclusivamente anziani, i quali ascoltano le parole del vescovo di Rieti, che li mette in guardia di fronte ad una visione della religione meramente folkloristica. È come se la lotta tra paganesimo e cristianesimo non fosse ancora terminata, e la chiesa, nella persona del vescovo, volesse ammonire i fedeli. Così il vescovo sottolinea che il toro è ossequioso alla Madonna, nel senso che la ascolta (specificando come ob-sequiosus abbia la stessa radice di ob-audire).

Nel frattempo, però, le attenzioni sono tutte per il toro. Attorno alla casa della famiglia di Giammarco, in località Picciame, c’è un gran trambusto. Il toro, che durante la stagione calda vive allo stato brado in montagna, è stato preso e portato in paese un paio di settimane fa per farlo esercitare all’inginocchiamento, ed ora è pronto per essere vestito.

La vestizione è un momento delicato e molto importante, dall’alta valenza simbolica. Le corna vengono rivestite di calzari rossi, colore sanguigno da sempre connesso al toro (secondo l’errata tradizione che questo lo farebbe infuriare), e tra le corna vengono appese delle monete sonanti, simbolo di ricchezza. Il collo viene adornato del consueto campanaccio dei bovini, mentre sul dorso viene posizionato un grande tappeto antico dalle fantasie orientali, la cui origine e provenienza si perde nella memoria orale (appartiene alla famiglia di Giammarco da diverse generazioni). A questo punto Presidente, com’è chiamato l’attuale toro (proveniente dalla tenuta di Castel Porziano e donato al comitato organizzativo dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella), assomigliando quasi ad una vacca sacra indiana – la Gaumata in lingua hindi – è pronto per essere benedetto dal vescovo.

Giammarco Pica conduce il toro alla processione dopo la vestizione e la benedizione.

Benedetto l’animale, ha inizio la processione. In testa è una statua lignea della Madonna, preceduta dal vescovo e dal sacerdote e portata in spalla da alcuni ragazzi con la pettorina azzurra. Segue il toro, accompagnato solo da Giammarco, e chiude il Manocchio, portato in spalla da sedici ragazzi con le pettorine rosse. A sfilare insieme sono quindi la chiesa cattolica nel simbolo della Vergine Maria, le forze animalesche, pagane e bestiali della natura simboleggiate dal toro, e i doni della terra, frutto della fatica dell’uomo, nel simbolo del Manocchio, ringraziamento alla dea Vacuna.

Il Manocchio viene portato in processione dai giovani più vigorosi, vestiti con la pettorina rossa.

La processione entra negli stretti vicoli del paese, fermandosi ogni tanto per far riprendere i portantini e abbeverare l’animale. A pochi metri dalla chiesa il fermento è incontenibile. Le persone scalpitano, con telefoni e macchine fotografiche alla mano, pronti ad immortalare l’inginocchiamento.

Il silenzio diviene tombale quando il toro entra nel sagrato. Presidente, un toro di razza maremmana, ha poco più di tre anni, ed ha alle spalle solo due feste, per cui non è troppo avvezzo alla genuflessione. Dopo qualche ritrosia, si lascia però andare in un inchino profondo alla statua della Madonna. Gli inchini del toro secondo la tradizione sono tre, ma l’inesperienza o forse l’eccessivo clamore della folla indispongono l’animale, che resta in piedi e si diverte come un cucciolo a leccare le mani di Giammarco, che lo guarda con occhi pieni di grazia.

Il toro in mezzo alla folla dopo la genuflessione nel sagrato di Santa Maria della Neve.

I due fanno dietrofront ed escono dal sagrato, lasciando spazio al Manocchio. Sopra ad esso ora è salita anche Mikaela, tra le principali protagoniste e organizzatrici della festa. Mentre il Manocchio è portato in trionfo davanti alla chiesa, Mikaela lancia pezzi di un grande ciambellone in direzione dei quattro punti cardinali, assieme ad altre giovani ragazze in abiti tradizionali che tirano alla folla li Ciammellitti, delle ciambelline fatte di farina di grano. L’atmosfera, da solenne che era, si accende trasformando la festa in una specie di tomatina spagnola. Tutti saltano e si gettano a terra per recuperare quante più ciambelle possibili, stando attenti a non essere colpiti in viso vista la mole e la durezza di queste.

Il lancio de li Ciammellitti da parte delle ragazze in abiti tradizionali.

A terminare il rito ci sono la commemorazione dei caduti in guerra del paese, la banda musicale e una raffica di petardi che rimbombano in tutta la valle. Il rito pagano, quello religioso e quello laico sono uniti in un unico momento densamente simbolico e fortemente evocativo. Le persone infine sciamano via, raccogliendo qualche spiga di grano dal Manocchio o qualche pezzo di ciambellina rimasto a terra.

La festa, dopo settimane di preparativi e dopo tre giorni di attività, è finita.

Tra qualche settimana però ricomincerà, quando si dovrà scegliere il terreno per seminare il nuovo grano, e quando all’arrivo della stagione fredda sarà il momento di riportare il toro a valle. Perché la festa in fondo dura tutto l’anno, seguendo la ciclicità del tempo e delle stagioni, il ritmo della natura e dell’uomo antico. Nessuno sa da quanto si tramandi. Le fonti orali arrivano fino ai nonni e ai bisnonni degli anziani di oggi, risalendo quindi fino al secondo Ottocento, mentre i documenti scritti risalgono fino all’inizio del Settecento, al Grande Terremoto del 1703, che rase al suolo Bacugno e buona parte del territorio circostante. Le origini della festa si perdono quindi nel mito, e affondano certamente le radici nel popolo sabino e nel culto della dea Vacuna, elementi che fanno della festa un rito plurimillenario.

“La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le braci”, scrisse il compositore austriaco Gustav Mahler, e in questo piccolissimo paesino quasi disabitato il fuoco, come nel tempio delle vestali, non si è mai spento. Nella fase storica dell’esodo dai paesi, dell’abbandono delle aree interne e dell’inurbamento, questa piccola comunità mantiene in vita una tradizione e un patrimonio culturale immateriale unici.

“Non abitiamo più la terra e il cielo, ma Google Earth e il cloud”, ci dice oggi il filosofo sudcoreano Byung-chul Han; nei giorni della festa di Santa Maria della Neve si ha però l’impressione di recuperare quel legame arcaico con entrambi, uno sguardo in giù verso la terra e verso quello che produce, e uno sguardo in alto verso il cielo e chi lo abita, in ascolto, per provare una nostalgia d’infinito che dimora da sempre nell’uomo.

La civiltà contadina è tramontata, ma recuperare quel legame reciso con le sue tradizioni potrà suggerire idee antiche e nuove per far fronte ai molteplici problemi che attanagliano il nostro presente e il futuro prossimo.