L'Amletico

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Morte di un eroe e altri racconti, Antonio Fabrizi narra il Novecento dimenticato

Dall’omicidio politico dell’irlandese Michael Collins alla combattività della partigiana olandese Hannie Schaft, passando per la resistenza della Divisione partigiana Garibaldi a seguito dell’occupazione italiana del Montenegro. Sono questi alcuni dei personaggi (e avvenimenti) storici del Novecento che Antonio Fabrizi fonde in dieci storie.

"Morte di un eroe e altri racconti" è il titolo del suo libro (acquistabile qui). E l’introduzione parla chiaro: “Agli occhi del lettore potrebbero anche essere leggende, come spesso diventano le vecchie storie. Spetta proprio al lettore decidere se coglierne il vero o semplicemente lasciarsi trasportare fino in fondo dalla narrazione”. Allora ci siamo fatti raccontare di più da lui.

Antonio, il tuo è un libro nostalgico del Novecento?

No. Pur volendo omaggiare il Novecento, il libro non può essere definito "nostalgico". Basta leggere i racconti per rendersi conto che non si vuole comunicare alcuna nostalgia; al massimo, in alcuni racconti, un certo rimpianto. Certo potrei dire che dipinge un tempo fatto da individui più forti di quanto lo siamo noi oggi, ma anche qui: pur con tutta l'ammirazione, più o meno sottesa, verso determinati personaggi storici, nell'insieme non credo che il lettore sia portato a pensare che la gente di allora fosse migliore di quella di oggi. Di nuovo, leggendo i racconti si possono incontrare, persino nella veste di narratori, terroristi irlandesi, membri della Gestapo e poliziotti fascisti. Ed anche nel caso di protagonisti un po' più empatici, comunque si tratta di figure tutt'altro che perfette.

Perché hai scelto questo periodo storico?

Per diverse ragioni. Alcune pratiche: è tecnicamente più facile parlare del Novecento che di epoche più lontane. In particolare, perché non bisogna fare sforzi troppo grandi per calarsi nel modo di pensare dell'epoca. Altre sono più filosofiche, direi quasi esistenziali. Innanzi tutto, il Novecento è il secolo che ha segnato il declino delle nazioni europee, quindi di "noi". E infatti il libro parla di "noi", noi europei, nel momento della crisi. Non a caso le storie si svolgono tra il 1918 e il 1945: alle spalle la Grande Guerra (che ha lasciato le sue macerie), ad Oriente la Rivoluzione bolscevica, ad Occidente i fascismi e sotto i piedi del Vecchio Continente l'abisso della Seconda Guerra Mondiale, la fine della grandezza europea. E in fondo siamo ancora a questo punto: in molti hanno sperato che da questa tragedia l'Europa potesse risorgere andando verso un' "unità nelle diversità", una razionale alternativa agli imperi di marca nazionalistica. Ma detto fuori dai denti: il sogno europeo sta fallendo (e si può persino ragionevolmente pensare che sia già fallito). Quindi la scelta del Novecento come quel passato mai morto e neanche passato.

Manifestazione delle Guardie Rosse di fronte al Palazzo d'Inverno, a Pietrogrado (1917)

Sono storie vere o inventate?

Ho provato a fondere il più possibile narrazione e Storia. Diciamo che le storie sono in prevalenza inventate (anche se, per esempio, il primo racconto si basa su un fatto realmente accaduto durante la guerra civile irlandese), ma hanno sempre una cornice storica autentica (la Guerra di Spagna, l'Occupazione francese della Ruhr, l'invasione sovietica dell'Ucraina e la Resistenza, per citare alcuni esempi). Anche molti degli elementi riportati sul conto di determinati personaggi storici sono veri, nonché alcuni dati sugli eventi, senza però mai sconfinare nella saggistica: il lavoro è interamente di narrativa ed in quanto tale aspira a una verità altra rispetto all'esposizione di fatti. Lo schema prevalente è questo: l'incontro (o lo scontro) di un personaggio fittizio con un personaggio storico, che diventa lo spunto per illustrare ciò che è accaduto, sta accadendo o sta per accadere. Persino quando sono assenti personaggi realmente esistiti ve ne sono comunque di "simbolici" rispetto agli eventi sullo sfondo. Paradossalmente, è spesso lo sfondo (o la cornice) il vero protagonista della storia. Questo perché, attraverso i personaggi d'invenzione, voglio portare il lettore incontro alla nostra Storia, o meglio a dei suoi frammenti che giudico significativi. Insomma, come dovrebbe fare ogni scrittore, nel mio caso aspirante tale, anche se invento, cerco di essere il più possibile sincero.

Da quali uomini e donne hai preso spunto?

Tutti coloro che compaiono nel corso della narrazione sono lo spunto per dire qualcosa. A partire da Michael Collins, la cui vita e la cui morte sono espressione pura del Novecento: crollo degli imperi e omicidio politico, che non risparmia nemmeno un eroe nazionale, già allora riconosciuto come tale. Fine dell'innocenza romantica, insomma.

Da Hannie Schaft, della quale mi ha colpito l'incredibile abilità nella guerriglia, oltre che al coraggio e alla sua leggenda involontariamente creata dagli stessi nazisti, ho preso spunto per schiudere una finestra su una parte della Resistenza, quella nei Paesi Bassi, poco nota ma che merita di essere raccontata. A mio avviso, l'intera Resistenza anti-nazista unisce l'Europa per comunione di valori. Anche oltre La Manica, come si vede nel racconto "Il puritano delle Langhe", e nella penisola balcanica, come ne "La ragazza dal vestito bianco", allo stesso tempo dentro ma anche al di là delle specificità nazionali: l'esperienza della Divisione Garibaldi è, a mio parere, emblematica in questo senso. Ma non ho preso spunto solo da personaggi storicamente noti: "Il battesimo", ad esempio, è ispirato all'esperienza del nonno di un mio vecchio compagno di scuola media. Io l'ho trasformata in una metafora dell'impatto della Rivoluzione bolscevica sull'Europa.

La Divisione Garibaldi (1943)

Come sei arrivato a loro?

Attraverso varie vie. Ho visitato l'Irlanda per la prima volta a tredici anni e da allora ne sono rimasto profondamente affascinato, da lì tutto l'interesse per la sua cultura e la sua storia, in particolare per la sua lotta di liberazione dall'Impero Britannico. "L'Anima del Fado" trae origine da una visita in Portogallo con la mia famiglia durante un aprile pasquale, quando ero appena agli inizi della mia esperienza universitaria. Anche in questo Paese ho trovato qualcosa che vale la pena di fissare su pagina, in un quadro d'insieme. Per quanto non nutra per il Portogallo la stessa carica affettiva che ho per l'Irlanda.

Al liceo poi ho letto i racconti di Giuseppe Fenoglio (anche perché facili da leggere malgrado i temi affrontati, sia chiaro: non sto parlando de "Il partigiano Johnny", che è un romanzo e anche piuttosto ostico) e visto che parlavano di un'esperienza da lui vissuta mi sono interessato alla sua biografia, in particolare alla sua passione per quell'Inghilterra, bella e terribile, della guerra civile tra Re e Parlamento, un'Inghilterra mitica, scomparsa e forse mai esistita, ma gravida di insegnamenti morali.

Infine, una discreta curiosità storica ha contribuito a scoprire piccoli fatti e aneddoti interessanti, magari poco utili alla storiografia, ma che stanno bene dentro un'opera narrativa. E che sono resi ancor più belli dal fatto di essere veri. Senza svelare niente, ripenso in particolare a "Il piccolo pasticcere": c'è persino una targa a Milano presso l'Antica Trattoria della Pesa a ricordare quale personaggio storico ha lavorato lì.

Accanto ai viaggi, molto hanno fatto anche le canzoni: la storia raccontata ne "L'ultimo ballo" l'ho ascoltata per la prima volta in una canzone di un cantautore irlandese (Christy Moore). Io poi l'ho integrata con insegnamenti scolastici, cultura generale e letture.

Cosa ti ha aiutato nella scrittura di questo libro?

Leggere. Sembra un' ovvietà, ma non si può scrivere senza leggere tanto. Stimola la fantasia, aiuta a fare collegamenti, migliora lo stile, fa apprendere parole nuove. E poi, nel mio particolare, molto ha influito la passione per le cose passate, che poi in realtà non sono passate affatto.