Michel Onfray - Decadenza: Vita e morte della civiltà giudaico-cristiana

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Titolo originale: Décadence

Casa editrice: Ponte Alle Grazie

Traduttore: Michele Zaffarano

Edizione: 2017

Pagine: 700

L’Occidente è a fine corsa?

A questa domanda Michel Onfray risponde sì e aggiunge “la civiltà giudaico - cristiana è esaurita, è una potenza che ha fatto il suo tempo.” Un giudizio netto, senza margini, che si dipana nel recente monumentale saggio dello studioso francese.

Onfray parte da lontano. Dalle origini di un mito divenuto religione attraverso il suo incontro con il potere e ripercorre questa storia seguendone il tracciato sulla base di un impietoso inventario delle asprezze che l’hanno caratterizzata. Lo fa individuando nella religione la causa causans di tutto il bagaglio di grandezze e miserie di duemila anni di vita dell’Occidente. Tra ateismo, agnosticismo, deismo e rivelazione, Onfray si colloca, con le vesti del combattente, sul primo di questi versanti; e ciò va detto in anticipo se si vuole parlare della sua opera cogliendone il senso ultimo. Come va ricordato che Decadenza riserva alle tre religioni del Libro un trattamento diverso in quanto a passato e a futuro. Con l’Ebraismo lasciato sullo sfondo come antica premessa di tutto, con il Cristianesimo come alimento fondamentale dell’Occidente e con l’Islam collocato nella sua forte dimensione identitaria e, secondo Onfray, destinato a un’inevitabile successione dopo il tramonto della Cristianità.

Questa cifra interpretativa della storia e del futuro dell’Occidente è il connotato principale di un’analisi in cui sono in genere assenti riferimenti alle cause economiche, geopolitiche, ambientali, demografiche, accidentali che, nell’opinione dei più, hanno determinato quella storia di cui l’avvento della Cristianità costituisce più l’effetto che la causa dopo l’esaurirsi della Classicità. Una Classicità per la quale l’Autore – per rendere assolutamente chiaro il suo pensiero – dichiara apertamente il proprio rimpianto quando, parlando di Epicuro, di Lucrezio, di Tito Livio sopravvissuti alla damnatio memoriae degli epigoni del Cristianesimo,  ricorda che “la storia della Grecia o quella di Roma testimoniano a favore di una grandezza passata dove circolavano virtù e valori alternativi a quelli della cultura giudaico-cristiana: l’ideale eroico, il senso dell’onore, la tensione verso la grandezza, l’afflato epico.” Un patrimonio, è evidente, che egli ritiene sia andato irrimediabilmente perduto come effetto inevitabile dell’avvento del pensiero mistico.

Onfray nega ovviamente ogni valore all’analisi marxiana quando – partendo dalla premessa dell’immanenza del capitalismo, “plastico ma permanente,” nella storia umana – afferma che “l’economia non produce nulla, è essa stessa un prodotto.” Il suo è una sorta di neoidealismo che attribuisce valore decisivo alle componenti immateriali della Storia: in primo luogo alla religione, banalizzando l’economia ridotta ad espressione routinaria della vita quotidiana. Mette Marx a testa in giù. Descrive un mondo in cui “una civiltà non produce una religione perché è la religione che produce la civiltà…. perché prima c’è un’ideologia, quindi una religione, e poi arriva la civiltà.” Non stupisce allora che Onfray sposi appieno la tesi di Samuel Huntington dell’inevitabile scontro di civiltà e del conseguente proliferare di conflitti tra “blocchi spirituali e culturali” e recuperi da von Clausewitz l’idea della “guerra continua”, che ben si attaglia a quanto stiamo assistendo nella presente fase storica.   

C’è però un’altra interessante chiave di lettura della crisi del mondo giudaico-cristiano che Onfray utilizza nel corso della sua trattazione. L’Autore, infatti, antropomorfizza la Storia rappresentandola attraverso una serie di maschere tragiche, di cui evidenzia più i vizi privati che il ruolo avuto nella costruzione della realtà. Un gioco discutibile. Se è infatti facile connotare il questurino Fouché come un orrido personaggio che attraversa impunemente Ancien Regime, Rivoluzione, Impero napoleonico e Restaurazione guidato soltanto dalla pulsione a compensare con le sue nefandezze la propria insignificanza umana, i conti non tornano quando con lo stesso metro impietoso viene misurata la statura di Lenin, ad esempio, o di Robespierre, o di Rousseau, o, in altro contesto, di Paolo di Tarso, le cui storie personali perdono ogni significato se rapportate agli eventi che tali personaggi hanno prodotto. O quando viene riesumato l’oscuro abate Jean Mesnier per fargli definire Gesù “un ultrafanatico, un pazzo, uno scriteriato, un povero fallito, un uomo da nulla, meschino e spregevole,” giudizio che, al di là di ogni altra considerazione, non è comunque pertinente con ciò che da quella figura è scaturito nel corso di due millenni.

Sembra di essere in presenza di un accanimento antropologico che finisce per distrarre il lettore dalla visione dei grandi scenari in cui hanno agito quei personaggi condannati a vivere soprattutto nel loro privato. Tutto ciò per quel disincanto nei confronti della Storia che porta Onfray a dire che “le civiltà si costruiscono sulle finzioni” e che “tanto più grande è la forza con cui si crede a quelle finzioni, tanto più potente è la civiltà.”

Detto questo, va però detto anche che ripercorrere sottotraccia il percorso della Storia, come fa Onfray, lasciando soltanto sullo sfondo i grandi eventi – battaglie, conquiste, scoperte, rivoluzioni, vittorie, l’economia e la politica – è certamente un’idea intrigante per aggiungere un ulteriore tassello all’analisi del passato. È infatti affascinante imbattersi in strumenti descrittivi mai prima utilizzati in storiografia, come la metafisica delle rovine, la macchina del risentimento, la filosofia del terremoto, l’estetica della propaganda, la passione della distruzione e tante altre inusuali connotazioni della realtà ricavate attingendo non allo strato di superficie in cui tutto accade, ma al substrato dei “non-eventi” che rappresentano soltanto degli epifenomeni privi di reale valenza fondativa.

Il fascino di questa originale chiave narrativa obbliga a volte all’indulgenza il lettore destinatario di storie (indicate come emblematiche di un’epoca), storie peraltro del tutto vere, che vedono la celebrazione di processi ai maiali, alle cavallette, alle sanguisughe e a ogni alto tipo di animale con tanto di giudici, avvocati e sentenze. O a una serie di film dell’orrore sicuramente non rappresentativi di ciò che gli ultimi due millenni hanno prodotto nel pur accidentato percorso del genere umano.

Quando giunge infine ai nostri giorni, Onfray calca ancora di più la mano. È durissimo con la Chiesa Cattolica a proposito della condiscendenza da questa manifestata nei confronti del regime nazista (ricorda che Mein Kampf non è mai stato messo all’Indice, dove sono stati invece relegati tanti grandi artefici della nostra civiltà). Stronca Freud definendo l’inconscio “la sua prima topica,” “il prodotto di un’elaborazione letteraria” e lo accusa di “battere contrade concettuali in cui la scienza non ha diritto di cittadinanza.” Ridicolizza Foucault e l’intero Strutturalismo. Neanche Hegel si salva. Da ateo, senza se e senza ma, fa le pulci al Concilio Vaticano II° che “svuota la trascendenza e il sacro per confinare il Cattolicesimo nell’immanenza di un moralismo politicamente corretto.” Descrive il Sessantotto come “la strada maestra verso il consumismo,” dove “creare una baraonda per strada poteva passare per un gesto antifascista.”

A questa furia iconoclasta fa seguito, nelle ultime pagine del libro, una divagazione fantascientifica che preconizza un futuro in cui, dopo una parentesi di predominio dell’Islam e attraverso altri passaggi ora imprevedibili, si giungerà alla fine delle “civiltà territorializzate” e a un “transumanesimo” con una sintesi tra uomo e macchina. Tutto molto interessante, anche se Onfray  ci rovina la serata avvertendo che “le basi di una civiltà si pongono sempre grazie ai delinquenti, ai banditi e ai professionisti della guerra, agli assassini senza scrupoli e di lunga esperienza”.

Ma un giudizio complessivo su Decadenza non può essere che positivo. È un’opera che non può essere ignorata da chi sia interessato a riconsiderare la storia dell’Occidente ripartendo da zero e utilizzando nuovi paradigmi sconosciuti alla cultura come noi oggi la pratichiamo. Non è un caso che le critiche a questo libro provengano sia da destra, soprattutto dal mondo cattolico, che da sinistra, dall’ortodossia marxista. Il linguaggio di Onfray, poi, è perfetto per accompagnare il lettore lungo un non facile percorso, in cui la complessità dei temi trattati si coniuga alla perfezione con una chiarezza espositiva che giustifica il grande successo di pubblico che Decadenza sta ovunque riscuotendo.

 

Gradimento Autore: 8/10

Gradimento Amletico*: 7.5/10

*Media tra gradimento del pubblico, critica e autore

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Anobii 3.5/5