L'Amletico

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Mary Renault, “Il ragazzo persiano”

Riconosco molti meriti a quei libri che, lasciati sul comodino, mi chiamano da casa, mentre lavoro, che vogliono essere letti famelicamente, pagina dopo pagina, e che rubano il tempo alle altre attività quotidiane. È questo il caso de “Il ragazzo persiano” il quale, benché sia interminabile, sembra non bastare mai per saziarsene.

Sono stato conquistato dall’amore sconfinato di Bagoa, l’eunuco prodigiosamente bello che fu amante amato di Alessandro Magno. Per mezzo della sua bocca Mary Renault racconta la vita del generale macedone, seguendone le campagne militari in Persia ed in India da un’intima posizione privilegiata.

Alessandro Magno è stato un personaggio il cui processo di mitizzazione è cominciato quando era ancora in vita. Il tempo che ci separa da lui costituisce, di per sé, un’opaca cortina che ce lo nasconde alla vista, cui si aggiunge la mancanza di fonti dirette: di Alessandro non esistono, ad esempio, lettere o altri scritti autografi. Inoltre, i filtri che innumerevoli altri uomini e donne hanno frapposto fra il grande sovrano macedone e noi lo hanno disumanizzato e, per così dire, allontanato dalla nostra portata ponendolo, trasfigurato, sul trono imperituro della gloria. Mary Renault, invece, compie un processo inverso e accorcia le distanze. Il suo Alessandro non diventa un uomo normale, non si arriva a tanto, ma assume l’apparenza di un irresistibile attore hollywoodiano, benedetto dal successo e dalla bellezza. “Il ragazzo persiano”, d’altra parte, non vuole essere un saggio storico, ma un racconto. Alessandro, sì, resta alla distanza dell’eletta umanità cinematografica, ma nei confronti di una simile distanza noi lettori abbiamo maggior dimestichezza.

Insieme ad Alessandro, inoltre, l’autrice rievoca con opulenza tutto il suo mondo perduto che, non più visibile, provoca un vivo piacere “archeologico” nel leggerne le descrizioni: Renault cita le sette mura di Ecbatana, rivestite d’oro e d’argento, sparge raffinati profumi, fa brillare perle e rubini, ricostruisce baldacchini con pergolati dorati, scrigni preziosi e fresche sale da bagno con pesciolini d’oro. Il piacere della lettura, qui, è davvero materico. Si tratta di ricostruzioni filologicamente corrette? Non è assolutamente importante, il piacere dell’integrazione è troppo intenso per darsi la pena di verificare.

Ma l’artificio più riuscito di tutto il romanzo è proprio quello di far narrare la vicenda dallo stesso Bagoa. Ebbene sì, la virilissima, eterosessualissima storia maschilista d’occidente ha tentato, senza troppi complimenti, di mettere a tacere l’apparente predilezione di Alessandro per i ragazzi. Con Bagoa, Renault apre le cateratte dell’omoerotismo e mette in scena ogni inflessione della tenerezza, componendo episodi tanto romantici quanto appaganti che ci fanno innamorare incondizionatamente di Alessandro attraverso gli occhi di chi, forse, lo amò più di tutti.

Per mezzo di Bagoa, Renault ci ricorda come gli stessi canoni di rappresentazione dei volti degli dei mutarono per somigliare ai ritratti di Alessandro: «tutto il mondo ricorda i suoi occhi». Il sentimento di Bagoa è così totalizzante da attuare un simile processo fisiognomico e di conseguenza, essendo la sua la voce narrante, tutto il libro finisce col somigliare ad Alessandro. Perciò, ecco che il libro perde una dimensione universale per concentrarsi nel particolare. Questo è forse il motivo per cui il piacere che provoca è intenso ma non perfetto, nonostante tutto l’amore per Alessandro che gronda dalle pagine: non una riga del romanzo trascende la narrazione funzionale all’evocazione del grande personaggio per fermarsi ad allargare le riflessioni parlando degli uomini. Si tratta di un vero difetto? Non ne sono sicuro, dal momento che l’obiettivo della narrazione è pienamente raggiunto. Ma, paragonando questo testo a “Memorie di Adriano”, di cui pare uno stretto parente, risulta esserne il fratello minore. Sono infatti convinto che i grandi capolavori della letteratura siano sempre universali.

Qui e là qualche ripetizione di intere frasi, di interi concetti, provoca un leggero fastidio, ma il libro è perlopiù ben scritto. Sarei curioso, però, di leggerne paragrafi in lingua originale, dal momento che, talvolta, alcune espressioni, che improvvisamente perdono la generale eleganza della prosa, mi fanno temere una traduzione claudicante. A tal proposito bisogna dire che in italiano esiste una sola traduzione di questo volume, riproposto finalmente nel 2023 da Mondadori dopo anni di irrimediabilità sul mercato.