L'Amletico

View Original

La fotografia creativa nella Napoli degli anni ‘80

A dirla tutta, ogni atto creativo è un atto erotico, ma la scelta di un cromatismo caldo e dei particolari più morbidi e rotondi trasuda sensualità in maniera inequivocabile”. Così Augusto de Luca definisce la sua serie fotografica Colore, realizzata nel 1980 e che oggi rivisitiamo. In questa intervista il fotografo ricorda anche la movida culturale partenopea di quegli anni, rivela le sue tecniche e afferma che dopo tanta ricerca e sperimentazione, forse sia diventato un “purista” della fotografia.

L’Amletico: La serie Colore è stata realizzata nel 1980. Che aria tirava a Napoli nell'ambito delle arti in quegli anni?

Augusto De Luca: Ho iniziato a fotografare verso la metà degli anni ’70 mentre ero iscritto alla facoltà di Giurisprudenza a Napoli. E’ stata una cosa improvvisa e casuale, un colpo di fulmine. In quegli anni a Napoli si faceva prevalentemente fotografia di reportage in bianco e nero, quindi il mio colore spiazzava, incuriosiva e sovvertiva il normale utilizzo del mezzo fotografico. Soltanto alla fine degli anni ’80 la mia produzione mutò completamente perché la galleria Ken Damy di Brescia, per una mia mostra, volle un lavoro totalmente nuovo e inedito, così realizzai “Magic Weekend” in un bianco e nero molto duro e pieno di atmosfere surreali. Dal mio colore fu molto colpito Giuseppe Alario, direttore della Kodak nel centro-sud, che facendomi letteralmente “bruciare le tappe”, mi catapultò nell’ambiente della fotografia italiana.
Contemporaneamente a Napoli cominciai a frequentare artisti, fotografi e gallerie d’arte. In quel periodo era quasi d’obbligo, soprattutto per noi giovani, essere presenti ai vernissage di quattro grandi galleristi: Lucio Amelio, Lia Rumma, Peppe Morra e Pasquale Trisorio. Era lì che si cresceva, si imparava e si incontravano grandi artisti internazionali come Warhol, Beuys, Haring, Mapplethorpe, Rauschenberg e tanti altri.
L’atmosfera effervescente e il fermento di quegli anni alimentava la nostra creatività; c’era quasi un'esigenza, una necessità, un’urgenza di creare, inventare, scoprire… Era un periodo di pura RICERCA. L’ambiente culturale napoletano era straordinariamente vivace e proprio in quel momento storico Lucio Amelio, cogliendo a pieno grazie al suo grande intuito quelle enormi giovani potenzialità creative, organizzò una rassegna molto importante che riuniva tutto il nuovo dell’arte napoletana in ogni campo: la Rassegna della Nuova Creatività nel Mezzogiorno.
Insieme a noi giovani fotografi c’erano quindi giovani artisti come Nino Longobardi ed Ernesto Tatafiore, o la giovane avanguardia teatrale napoletana con Mario Martone e Toni Servillo e tanti altri che con mostre, performance, sequenze filmiche o installazioni erano presenti in spazi pubblici o anche privati disseminati in tutta la città. Insomma, Napoli negli anni ’80 era veramente un’esplosione, un’eruzione vulcanica, una colata lavica d’ingegno e potenza creativa.

L’A: Esteticamente la serie si presenta molto vivace. Che tecniche sono state utilizzate?

ADL: Chiaramente queste immagini a colori sono state realizzate con macchine fotografiche analogiche, all’epoca scattavo con una Contax. Negli anni ’80 c’erano le pellicole ed io utilizzavo prevalentemente diapositive Kodak Ektacrome 64 asa che i laboratori sviluppavano in un’ora. L’uso di obiettivi Carl Zeiss poi sicuramente favoriva la saturazione, la forza e la qualità dei colori. Per ottenere queste immagini adoperavo due tecniche: la doppia esposizione sullo stesso fotogramma ed il sandwich. Con la doppia esposizione, prima riprendevo soli al tramonto e lune con filtri rossi, sottoesponendo lo scatto in modo da avere la restante parte della pellicola ancora vergine e successivamente con un secondo scatto (sulla parte vergine dello stesso fotogramma) inserivo una struttura ed elementi architettonici che non solo facessero da sfondo, ma anche da contrappunto a quelle forme rotonde (soli e lune). Il risultato finale era un’immagine sicuramente “veritiera”, che però generava uno spaesamento grazie alla sua atmosfera  metafisica. Con il sandwich invece la scelta creativa era successiva agli scatti. Infatti prendevo due diapositive già sviluppate e sovrapponevo le immagini scegliendo l’accoppiamento che più mi soddisfaceva, poi rifotografavo il tutto e ottenevo così una sola immagine sovrapponendone due. Due tecniche “preistoriche” se rapportate all’attuale photoshop, ma ancora oggi di grande impatto visivo.

L’A: C’è un’impronta sensoriale erotica che dona calore persino alle sculture. È una metafora della carne? 

ADL: Il taglio che ho dato alle sculture cattura e valorizza le zone per me più sinuose riscaldandole con uno sfondo di colori saturi che esaltano per contrasto il bianco marmoreo. A dirla tutta, ogni atto creativo è un atto erotico, ma la scelta di un cromatismo caldo e dei particolari più morbidi e rotondi trasuda sensualità in maniera inequivocabile. Spesso la sensualità delle statue neoclassiche quasi sorpassa e trascende quella di un corpo vivo diventando quintessenza e sintesi di un erotismo par excellence. Questa mia scelta ben precisa emerge anche attraverso le forme rotonde e i toni caldi del sole arancione e della luna circondata da un alone rosso.

L’A: Si percepisce anche una dimensione geometrica, poetica e evocativa in cui il sole potrebbe essere la luna e viceversa?

ADL: Nelle mie immagini la poetica deve essere imbrigliata dalla geometria. Senza una grammatica che dà senso all’immagine, che la rende fruibile e leggibile, non può esserci poesia. Senza metrica non c’è né forma né poesia. Senza pentagramma non si può scrivere la partitura. L’input emotivo nasce dallo scontro tra materia viva e materia morta: il sole e la luna si contrappongono alle linee rette e dure dei muri. La sinuosità si scontra con lo schematico angolo retto, è questo il punto focale di queste immagini, che traggono la loro forza evocativa dallo scontro tra realtà antitetiche, dal contrasto materico e cromatico. Il sole e la luna sono gli ancestrali punti di riferimento che rassicurano l’uomo fin da quando vagava nelle foreste primigenie e ancora oggi costituiscono la coppia mitica inscindibile che scandisce il tempo e orienta nello spazio.

L’A: Nel DNA della fotografia c'è la funzione di ritrarre la realtà. Una volta superato il confine, come essa può regalare nuovi orizzonti alle arti? 

ADL: Ho cominciato a fotografare negli anni ’70 ed è proprio in quel periodo che la fotografia come documentazione o riproduzione della realtà in Italia cambia completamente referente. La fotografia diventa mezzo di ricerca creativa ed espressiva personale, accostandosi maggiormente al concetto di arte; nasce la fotografia artistica o creativa. Dopo una prima fase forse anche emulativa nei confronti della pittura, la fotografia acquista una sua autonomia esaltando quelle che sono le sue peculiarità, il suo DNA; ecco quindi che fotomontaggi, esposizioni multiple ed altro le danno una nuova veste amplificando le sue possibilità espressive. Personalmente, dopo vari esperimenti in tal senso, più che ricorrere, come avevo fatto con il colore, a mezzi tecnici, passando poi al bianco e nero, ho cominciato a “modificare” la realtà lavorando esclusivamente sui tagli e sulle inquadrature, riducendo al minimo l’uso del photoshop per scurire e schiarire o al massimo eliminare piccole parti dell’immagine. L’invenzione nasce allora soltanto dalla correlazione o scontro-incontro nell’inquadratura di elementi o soggetti-oggetti che in quanto scelti mi appartengono ed esprimono una parte di me. Forse col tempo sono diventato un “purista” della fotografia che con un solo scatto esaurisce pienamente e interamente il processo creativo.