L'Amletico

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Intervista a Giorgiomaria Cornelio

Giorgiomaria Cornelio è senza dubbio tra le voci più riconoscibili e incisive della sua generazione poetica, quella dei nati negli anni Novanta. La sua precedente raccolta di versi, La consegna delle braci (Luca Sossella, 2021) lo ha imposto all’attenzione di critica e pubblico, e ne ha delineato un profilo di poeta ben saldo in una tradizione e al contempo assolutamente innovativo, in grado di incidere sulla pagina con una poesia colta e contemporanea che chiama in causa, in un gran coro di voci, gli scrittori della mistica tradizionale e i poeti italiani del Novecento, i filosofi francesi e i santi canonizzati, reinventando in un impasto linguistico di grande valore i riferimenti più disparati; e, mentre li reinventa, porta avanti un discorso che è insieme progetto etico ed estetico. Per «L’Amletico» abbiamo intervistato Giorgiomaria Cornelio in occasione dell’uscita del suo nuovo lavoro La specie storta (Tlon, 2023).

L’A.: La specie storta è libro composito, ibrido, un’architettura complessa e perfettamente organizzata al suo interno – un’organizzazione che apre di continuo alla possibilità della meraviglia, del ribaltamento, della rilettura in altra chiave e in tutte le direzioni come certe parole nel gioco dei palindromi. Ci si imbatte, leggendolo, in prefazioni e note plurime, esergo inframezzati alla trama del libro e delle sezioni tratti da autori anche molto distanti tra loro, e poi parecchie dediche, immagini che fanno della Specie un iconotesto in equilibrio perfetto tra parola e immagine, finanche un apparato fotografico in chiusura del volume. Che cosa ha rappresentato, per lei, il lavoro di “assemblaggio” e d’immaginazione dell’opera?

G. C.: Fare un libro per me è affrontare un’avventura, organizzare un montaggio di tempi e di voci che ci parlano e ci attraversano, ma anche di voci discordi che feriscono la pagina, le esperienze che in quella pagina abitano. Questo libro nasce da un’avventura geografica e teatrale, a Valle Cascia. La specie dominante non è un lavoro nato a tavolino, ma mettendo insieme storie e leggende che andavano ribaltate in immagini, in altri miti. Il libro di poesia è un congegno di accensione immaginativa, dove si incontrano epoche e voci ed è, a ben vedere, un modo per ribadire l’importanza assoluta del libro come concetto, e oggetto, oggi. Il libro non è destinato a morire, anzi credo che nella sua essenza vi sia una sorta di consegna, di indicazione, che è il continuo attraversamento. Si attraversa il libro come una foresta ai cui margini crescono partiture, disegni, citazioni che spodestano la verità unica del lavoro poetico. Il libro è una lezione di molteplicità, e fa parlare al suo interno anche ciò che non ci appartiene.

L’A.: Vi sono almeno tre definizioni all’interno del libro di quel popolo narrato e narrante che costituisce il cuore di questo libro: la specie storta, i nati di contro e, entità e progetto della pagina scritta, l’arrovescio di luoghi e di storie…

G. C.: L’arrovescio è il farsi orfani nel punto di maggiore appartenenza, è come quando nelle fiabe l’eroe o l’eroina si fa orfana per partire verso un ignoto e poi, al suo ritorno, ha rovesciato le coordinate del luogo originario. Così è stato per me con Valle Cascia: un luogo di 400 abitanti, un non luogo dove esisteva solo una fornace e le case erano il dormitorio della fornace. I fumi della fornace si diceva fossero l’origine delle devianze sessuali dei giovani. L’arrovescio è stato prendere questo etimo corrotto e bastardo e farne un mito fondativo, una storia d’origine per dire che non bisogna temere né le storie né i malauguri incastrati nei luoghi, e che spesso li fondano, ma bisogna impugnarli per farne altro, cambiarli di segno. Bisogna rendere luogo anche uno spazio dove nessuno crede possa esistere un luogo. Questa a me pare una buona immagine di mondo.

L’A.: Ciò che più colpisce nel suo lavoro (fatto evidente in misura maggiore anche nel libro precedente, La consegna delle braci, pubblicato da Sossella) è l’invenzione – o innesto in forma di recupero e rielaborazione – di una forma nuova della scrittura. Mai come nella sua poesia acquista un significato pieno lo spazio bianco, non solo quello tra un verso e l’altro, ma anche il bianco che intercorre all’interno di una colonna fitta di testo. Quale senso è affidato alla forma poetica nella poesia de La consegna delle braci e de La specie storta?

G. C.: Lo spazio bianco è il futuro restante che non appartiene alla logica attuale del libro, ma fa parte della consegna. Le parole vanno strofinate come braci, e non c’è mai un incendio unico, piuttosto un’arte continua delle accensioni. Molte leggende pensano lo spazio bianco come spazio dove nell’avvenire vi sarà una verità diversa, capace di incrinare qualsiasi potere del testo. È un esercizio immaginativo e poetico: lasciare che il testo possa partorirsi nuovamente dopo la consegna, perché nessun libro è mai concluso. Io non poso sulla pagina un monolite, ma una colonna fatta di incrinature, difetti, tremori. Là dove la pagina trema, lì c’è la poesia. Lo spazio è uno spazio di tremore dove passano altri “possibili”. Nella Consegna delle braci mi piaceva l’idea della “colonna di testo”: immagine biblica, quella della colonna, monolitica. Ma quando la costruisci come spazio traforato, la colonna diventa altro, diviene una colonna di fumo, fluttuante. La pagina stessa insegna che c’è una verità diritta, nel testo, ma la si costruisce attraverso le storture, gli spazi bianchi. La poesia si incarna nella pagina, la ferisce, mette in scena la parola perché la pagina stessa è un teatro di carni, di pelli, letteralmente: quando le pagine degli antichi manoscritti avevano origine animale, le pergamene erano pelli. E nella pagina-pelle c’è un grande monito: attento, puoi ferire.

L’A.: C’è, nel suo lavoro e nel suo essere poeta, un altissimo senso dell’eredità e della testimonianza, una “consegna” appunto alla quale non ci si può sottrarre. E quasi si direbbe che con La specie storta lei abbia scritto un “libro per il mondo che viene”. Come lo immagina o come vorrebbe il mondo che viene, e in che modo potrebbe abitarvi (operarvi) la poesia?

G. C.: La specie storta prova a dire con voce tremolante che noi siamo fatti dei traviamenti, e che incarnata in noi c’è una memoria che dobbiamo solamente attraversare. Per fare in modo che il mondo avvenire sia giusto, bisogna “disaggiustare” questo mondo. La giustizia è sempre avvenire; bisogna impugnare le cancellature, i resti dell’oppressione per essere capaci di costruire un diverso andamento delle cose. Oggi c’è molta qualità igienica nella scrittura, come se la rivoluzione fosse cancellare tutto, come se fossimo progrediti perché non ricordiamo niente. Ma questa rimozione è una bestemmia terribile, e non è un caso se oggi il passato si riaffaccia in forme potenzialmente sempre più violente. Se non siamo capaci di grattare la crosta del passato per ricordare che sotto quella crosta c’è stata la ferita, finiremo sempre addormentati dentro un falso igiene, scivolando su una superficie liscia. La consegna della Specie storta è questa: siamo fatti delle storture, ma le storture sono pratiche di volo. Non c’è una misura che non sia nata “di contro”, basta solo ribadirlo a chi ci vorrebbe arcobaleno sempre, felici sempre, un’idea che non ha nulla a che fare con la realtà. Il mondo a venire non può essere un mondo pulito fatto di rimossi, ma “disaggiustato” e per questo più giusto.