L'Amletico

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Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante. Il grottesco capolavoro di Peter Greenaway

Un atto di bullismo nel retro di un ristorante. Uno spazio e un inizio in sordina per un’opera monumentale. È qui che si perpetua la prima violenza, ai danni di un angelo declassato al rango di lavapiatti, vittima dichiarata dalle continue prevaricazioni di gente volgare. Il Ladro - nemesi assoluta in questa narrazione solenne - porta ogni sera la Moglie in questo raffinato ristorante francese a Londra (cosa c’è di più borghese?) per consumare il rituale pasto serale in cui si riunisce tutta la banda del marito, criminali arricchiti di vario tipo, per celebrare il proprio status e la propria supremazia. L’amante, outsider in questa relazione coniugale, come nel suo ruolo di intellettuale in questa tana di bruti, è l’ingrediente esotico che renderà la cena memorabile.

La pellicola è la più nota (e probabilmente acclamata) dell’oramai mitologico regista inglese Peter Greenaway, e resta a tanti anni di distanza una delle più iconiche degli anni Ottanta. Quello precedentemente evocato è lo scenario in cui viene messa in scena questa tragedia, che è sia un dramma d’amore che di politica. È stato scritto molto degli spazi chiusi in cui prende la messe l’azione, ambienti scenografici e ricchissimi di riferimenti eruditi alla storia dell’arte. Facendo da eco a ideali estetici classici e barocchi, resi con un gioco luministico stravolgente, quello che emerge è proprio un trionfo delle possibilità immaginifiche del cinema. Il rapporto fra scena e dimensione registica è tutto un sistema raffinatissimo di movimenti e composizioni. La voce lirica del ragazzo, da castrato, volteggia alta su tutto, conferendo un’estensione, un respiro arioso all’inquadratura che proietta virtualmente su di essa un altrove di libertà utopica che quegli ambienti eccessivi e asfittici rendono solamente sognabile. Un sospiro, e si ritorna nell’inferno. Il ristorante è la macchina del capitalismo più feroce, e il pallido ragazzo non è che la prima vittima di una logica barbara, lo spuntino. Fra questo due estremi, raffinatezza squisita e orrore sordido, si regge tutto il film, e la sua culinaria.

In quel ristornate, luogo di raffinatezze di nouvelle cuisine, è la banda dei porci borghesi (ops!) che se la comanda. La moglie, la gotica e sensuale Georgina, interpretata da Helen Mirren, è anche lei una delle proprietà del ladro. Un lusso come il semplice fatto di prenotare ogni sera un tavolo scenografico e iconico come quello del Cenacolo. L’epilogo di questa storia sarà servito proprio su quel tavolo. Quando la storia d’amore e di riscatto umano giungerà al prevedibile fallimento, la ritualità di una cena altolocata al ristorante, l’esibizione sfrenata di potere e denaro, prenderà altri ritmi e cadenze, altre simbologie. Il pasto rituale diventa un campo di guerra nel momento in cui la divinità del male viene tradita da un Giuda che non è altri che la moglie, donna oramai meno “sua” che mai, trasformatasi nel frattempo in una dea vendicatrice.

Il cibo francese in questo film diventa un’allegoria incarnata (insaporita di insopportabili rimandi a un capitalismo vorace che parcellizza, distrugge, e infine digerisce indifferentemente valori umani e culturali, sacrificati sul volgare altare/banchetto di un profitto nauseabondo). Una certa caratteristica della cucina francese - generalizzando - rimanda a un’idea di pesantezza e adiposità che è assolutamente congrua con l’identità del Ladro come uomo e come sistema. La critica feroce di Greenaway alle politiche inglesi del suo tempo, e al modello economico e sociale tipiche di un assetto normativo che ancora oggi è rimasto immutato, echeggiano velenose e pungenti fino a condensarsi nella raccapricciante scena finale. Un turbine di humor nero e la solennità quasi sacrale, misterica di un’ultima immagine. La sobrietà dell’amante-bibliotecario, in questo triangolo di fuoco, fa da contraltare alla pomposa volgarità del ladro-capitalista, da cui viene fatto assassinare. Eppure, proprio lui finisce per diventare la portata - l’ultima, e in pompa magna - più eccentrica e lugubre della storia del cinema. Un cadavere glassato servito a regola d’arte.

Ricetta:

Georgina si è vendicata – non è più la “Moglie” – e ha servito al Ladro il cadavere dell’uomo che ama e che è stato assassinato senza pietà. Lui non osa mangiarlo, vomita. Lei gli spara. Fine.

Il film di Greenaway sembra coraggiosamente dirci che il male esiste veramente, ma che forse è abbastanza vigliacco da fuggire davanti allo spettacolo del suo stesso orrore. Contro l’ingordigia insensibile, la bulimia folle di un mondo che non sa che farsene di bellezza e qualità, talvolta occorrerebbe servire qualcosa di abbastanza forte da far sentire la differenza.