I gatti di Umberto Orsini, piccoli attori da salotto

“Nella mia casa in campagna ho diversi gatti. A ognuno di loro ho dato il nome di un protagonista di un’opera famosa. C’è la tenebrosa Turandot di Puccini, l’oscuro Prospero di Shakespeare, la civettuola Nora di Ibsen e tanti altri. Così, quando li chiamo tutti, il giardino si anima diventando un grande teatro”.

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Umberto Orsini non si accontenta del palcoscenico, ha saputo trasformare anche la sua stessa casa in una grande ribalta. Come dimostra questo aneddoto, letto dalla sua biografia “Sold Out”, non c’è aspetto della sua vita che non conduca al teatro. Sebbene siano stati il cinema e la televisione a renderlo popolare, è il proscenio che l’ha formato e luogo, poi, dove ha fatto ritorno dopo la carriera cinematografica, continuando ad incantare gli spettatori con ogni suo singolo gesto.

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Poterlo vedere e sentire da vicino, nell’intimità che regala il Teatro Vascello, è un’occasione rara. L’energia, il sentimento e la razionalità con cui soppesa ogni parola sono un corso di recitazione racchiuso in poco più di un’ora. Tornando a casa, e rileggendo alcune delle poesie che ha intonato per il pubblico presente, è difficile non accorgersi della differenza. Sembrano vuote e prive di significato senza il suono delle sue parole. Si può allora tentare di ricordare la voce, il modo in cui l’ha lette, il movimento del corpo, i gesti delle mani. E il testo acquisirà di nuovo quella magia perduta, tornando ad avere la vitalità che aveva perso.

 
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Stavolta l’argomento scelto da Orsini per il suo reading letterario sono i gatti. Animali che hanno saputo esercitare un fascino fin dall’antichità: gli egizi li veneravano e i romani ben presto li hanno portati con loro durante le battaglie, contribuendo così alla diffusione dei piccoli felini in tutta Europa. Delle tante caratteristiche, l’autocompiacimento è tra quelle più conosciute. Ed è stata resa in modo poetico da Pablo Neruda in questo passaggio di “Ode al gatto”:  

[…] L’uomo vuol essere pesce e uccello,
il serpente vorrebbe avere le ali,
il cane è un leone spaesato,
l’ingegnere vuol essere poeta,
la mosca studia per rondine,
il poeta cerca di imitare la mosca,
ma il gatto
vuole essere solo gatto […]

Ma nella stessa poesia, il poeta cileno, descrive anche il corpo del gatto in modo in cui nessuno l’ha saputo fare:

[…] l’elastica linea del suo corpo,
salda e sottile, è come
la linea della prua di una nave.
I suoi occhi gialli
hanno lasciato una sola fessura
per gettarvi le monete della notte. […]

La serata prende poi una piega più leggera e frizzante con le poesie di Trilussa, Adamo e Er gatto e Er gatto er cane, che ricordano come questo animale sia importante nella capitale. Non solo piazza Argentina ne è piena, ma in via della Gatta (poco lontano da piazza Venezia) c’è una statua – appunto – di una gatta, retaggio di un antico tempio di Iside. Molte sono le leggende attorno al motivo per cui si trovi lì, la più curiosa vuole che con lo sguardo indichi un antico tesoro.

 
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Affascinante, indipendente, vanesio, il gatto – o la piccola tigre da salotto, come la chiamava Neruda – riesce ad ammaliare chiunque con il suo sguardo e il suo portamento. Un animale che tutti vorremmo essere e che tutti un po’ siamo, come anche lo stesso Orsini.

 Io mi auguro di avere in casa mia:
una donna provvista di prudenza,
un gatto a passeggio tra i libri,
e in tutte le stagioni amici
di cui non posso far senza.

Apollinaire