Galleria Borghese: uno scrigno di capolavori

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Dal tesoro di Suger agli studioli rinascimentali, dalle Wunderkammern alle grandi collezioni reali, il desiderio di possedere opere d’arte è insito nell’uomo, che da sempre insegue e ricerca la bellezza.

Questa necessità ha spinto gli uomini a collezionare oggetti artistici di ogni fattura, talvolta per ostentare ricchezza e prestigio sociale, altre volte soltanto per saziare quel sitibondo desiderio di possederli.

Alcune collezioni sono il frutto di una stratificazione secolare di commissioni e compravendite, basti pensare ai Musei Vaticani, dove le centinaia di pontefici susseguitisi hanno incrementato le raccolte, o agli Uffizi, dove la dinastia medicea ha intrapreso per secoli una serrata campagna di acquisti.

Talvolta invece le grandi collezioni devono la loro origine alla volontà di una singola persona e ai sui sforzi nell’accumulare opere d’arte: è questo il caso esemplare di Scipione Borghese e dell’omonima Galleria.

Scipione Caffarelli Borghese è stato uno dei personaggi più influenti per il Seicento romano. Cardinal nepote del papa Paolo V Borghese, salito al soglio pontificio nel 1605, fu uno dei collezionisti più eclettici del suo tempo. Appassionato mecenate, bramoso di possedere le opere dei più grandi artisti, non si fece scrupoli per ottenere quello che desiderava, arrivando persino a sottrarre con la forza i quadri che più amava.

Nobile famiglia di origine senese, i Borghese giunsero a Roma sul finire del Cinquecento, e comprarono un terreno fuori Porta Pinciana, dove col tempo crearono un grande parco (l’attuale villa Borghese).

Qui costruirono la villa, la cui architettura si ispira alla vicina villa Medici ed alla rinascimentale villa Farnesina. In questo locus amoenus il cardinal Borghese espose la sua ricca collezione di capolavori, che, grazie ad un fidecommesso che ne ha evitato la dispersione, è ancora oggi preservata nella sua integrità ed ammirabile in tutto il suo splendore originario. Venduta allo stato nel 1902, la galleria ha subito importanti restauri nel 1983, durati fino al 1997, anno in cui è stata riaperta al pubblico. Per festeggiare il ventennale della riapertura della galleria, è stata quindi organizzata una importante mostra monografica su Bernini, inaugurata lo scorso primo novembre e terminata il 20 febbraio.

Quale luogo migliore per questa esposizione, visto l’antico legame esistente fra la Borghese ed il geniale artista. Gian Lorenzo Bernini, enfant prodige cresciuto con lo scalpello alla mano seguendo il padre Pietro al lavoro, si fece notare per le sue grandi qualità e, non appena ventenne, fu chiamato da Scipione Borghese che gli commissionò una serie di gruppi scultorei. Dal 1618 al 1625, il vulcanico Gian Lorenzo realizzò alcune fra le statue più straordinarie di tutta la storia dell’arte. Una volta entrati nella galleria sarete subito accolti dal vorticoso Ratto di Proserpina. La bella figlia di Giove e Cerere, rapita dal re degli inferi invaghitosi di lei, cerca di divincolarsi per sottrarsi alla sua morsa. La scena è nella sua acme: Proserpina spinge la mano sul volto del dio, scacciandolo, mentre questi affonda la sua nella morbida coscia. Qui il freddo marmo si trasforma in tiepida carne, e, ingannati come il cavallo con Apelle, ci viene quasi voglia di toccarla per sentire se sia vera, tanto è straordinaria la mimesi della realtà.

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Un retaggio tardo-manierista è ancora ravvisabile nella posa spiraliforme, in quel vortice che ci invita a girare intorno alla scultura, stando attenti a non essere morsi da Cerbero, che minacciosamente guarda in ogni direzione con le sue tre teste.

Proseguendo la visita, troverete al pianterreno gli altri tre gruppi scultorei: lEnea, Anchise e Ascanio, primo dei quattro ad essere stato realizzato, il David, bloccato nell’istante che precede il lancio della pietra contro il gigante, e il celebre Apollo e Dafne. Quest’ultimo gruppo è scolpito nell’istante della metamorfosi, e girandoci attorno potrete cogliere la trasformazione di Dafne in pianta d’alloro, compiuta per sfuggire al dio desideroso di possederla a causa di un dardo del beffardo Cupido. Le mani sono ormai dei rami e le foglie sembrano potersi muovere al primo soffio di vento, come un "mobile" di Calder, manifestando un virtuosismo tecnico impressionante. 

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Oltre che di scultura, Scipione Borghese si interessò anche e soprattutto di pittura. I suoi gusti spaziavano molto, ed abbracciavano pittori del Quattrocento e Cinquecento, così come i suoi contemporanei.

Ed è proprio per accaparrarsi le opere degli artisti più blasonati del suo tempo che utilizzò i mezzi più spietati, fiondandosi sui capolavori che desiderava come l’aquila dello stemma Borghese.

Nel 1607 il Cavalier d’Arpino era uno degli artisti più importanti in città, a capo di una bottega fra le più influenti, dove era passato per un breve periodo anche il giovane Caravaggio. Nell’aprile di quell’anno vennero trovate due pistole proibite in casa del d'Arpino, e per questo gli fu sequestrata la sua notevole collezione che contava ben 130 quadri. Accusato ingiustamente di aver ferito il pittore Cesare Roncalli, detto il Pomarancio, fu condannato a morte in contumacia. Dietro tutta questa manovra si celava proprio il cardinal nepote, servitosi della condanna per ricattare il Cavaliere, che per salvarsi la vita fu costretto a cedere i suoi quadri. Così il Borghese entrò in possesso di molte opere prestigiose, fra le quali anche diverse tele giovanili di Caravaggio, come il Bacchino malato, autoritratto del Merisi mentre era ricoverato presso l’ospedale della Consolazione. Le labbra esangui e il volto pallido manifestano la sua malattia, mentre l’uva, emblema del dio ma al contempo simbolo di Passione, spingerebbe secondo alcune letture critiche a vedere nel Bacco una prefigurazione di Cristo.

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La brama del porporato raggiunse livelli ancor più smaniosi: nel 1608 fece trafugare durante la notte la pala Baglioni dalla chiesa di San Francesco a Perugia. La tavola, capolavoro di Raffaello del 1507, era stata realizzata per Atalanta Baglioni, che, con la Deposizione di Cristo, voleva omaggiare il figlio Grifonetto morto in età giovanile. L’opera, fra le più importanti di Raffaello, è sintomatica della fascinazione subita dall’Urbinate nei confronti di Michelangelo; oltre alla posa di Cristo, che cita quasi la Pietà vaticana nel braccio penzolante nel vuoto, anche la figura femminile inginocchiata sulla destra sembra rievocare nella sua torsione le figure michelangiolesche, in particolare quella del Tondo Doni.

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Per ironia della sorte, fu proprio il Cavalier d’Arpino a realizzare la copia del quadro che lo andò a sostituire.

Infine la cupidigia del cardinale toccò anche il Domenichino, importante pittore del classicismo emiliano, che nel 1617 aveva realizzato un grande quadro per il cardinale Pietro Aldobrandini, La caccia di Diana. Il sofisticato dipinto, che illustra un tema tratto dall’Eneide, piacque talmente tanto al Borghese che lo fece prelevare dal suo studio, facendo imprigionare il Domenichino per alcuni giorni.

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Era ormai chiaro che nessuno potesse sottrarsi alle grinfie del potente cardinale, divenuto inoppugnabile con l'ascesa al soglio pontificio dello zio.

Grazie alla spietata attività collezionistica di Scipione Borghese, e alle successive acquisizioni, la galleria Borghese vanta un numero sterminato di capolavori, e, sebbene la collezione sia per numero di opere molto inferiore ad altre, la qualità è eccelsa, ospitando alcune delle opere più significative di ogni artista presente. Percorrendo le sale del secondo piano ammirerete allora il misterioso Amor sacro e Amor profano di Tiziano, la vaporosa Danae del Correggio, l’attraente ritratto d’uomo di Antonello da Messina…

L’unica complicazione è che per ammirare tutte le bellezze presenti, le due ore a disposizione non bastano. Per regolare il notevole flusso dei visitatori, altrimenti difficilmente gestibile, negli stretti spazi della galleria, le visite, che si effettuano solo previa prenotazione, si fanno a turni di due ore. Una volta scaduto il tempo si è pregati di recarsi verso l’uscita, anche se si è in estasi davanti a Bernini o a Caravaggio.

Nonostante queste contrarietà, la visita alla Galleria Borghese è non solo consigliata, ma necessaria, sia per i romani che per ogni essere umano che voglia arricchire la propria esistenza.

 Il ritratto di Scipione Borghese scolpito da Gian Lorenzo Bernini

Il ritratto di Scipione Borghese scolpito da Gian Lorenzo Bernini