Enrico Franceschini “Vinca il peggiore”: Una questione di tempo

 
 
Casa editrice: 66th And 2nd

Edizione: 2017

Pagine: 121

Prima o poi, nella vita, tutti hanno bisogno di un allenatore
— Rollie Massimino

Lo spettacolo che regala la March Madness è indescrivibile, unico, irripetibile. Ogni anno, nel mese di marzo, migliaia di studenti seguono la squadra di basket rappresentativa della loro università in giro per l’America. Si dipingono il volto, si vestono con la divisa ufficiale, si accampano fuori dai palazzetti pronti per riempirli e assistere alle partite dei loro compagni, incitandoli a segnare e a combattere su ogni possesso. Nella follia generale – tra cori, tamburi, trombe e cheerleader – si sfidano le migliori squadre delle Università americane, per vincere il prestigioso titolo di campione NCAA.

Il torneo universitario più seguito al mondo stava tuttavia vivendo un momento di crisi nel 1985. Le partite spesso non regalavano lo stesso spettacolo presente sulle tribune; il gioco si concentrava per lo più vicino a canestro, vista l’assenza della linea dei tre punti, e in molti casi diventava noioso e stagnante, con squadre che tenevano la palla per diversi minuti prima di tirare, poiché mancava un limite temporale entro cui concludere l’azione offensiva – regola invece già inserita nell’NBA grazie all’intuizione di Danny Biasone (fondatore dei Syracuse Nationals, oggi Philadelphia 76ers), che decise di dividere il numero dei secondi di ogni match (2880) per quello dei tiri che mediamente sarebbe piaciuto vedere al pubblico ogni partita (120), ottenendo i fatidici 24 secondi: oggi tempo limite entro cui una squadra può andare al tiro. Ma proprio la mancanza di questa regola fu uno dei fattori determinanti nella leggendaria finale tra Villanova Wildcats e GeorgeTown Hoyas del 1985, che contribuì a risvegliare l’interesse generale per il college basket.

I Wildcats erano una squadra modesta, con molti giocatori consapevoli che non avrebbero avuto la possibilità di accedere al basket professionistico. Per questo motivo il loro coach, Rollie Massimino, li aveva seguiti durante tutto il percorso universitario, esigendo il massimo anche negli studi, così che potessero trovare lavoro una volta terminata la loro esperienza cestistica. Era più che un allenatore, si comportava quasi come un padre, cercando di ricreare un’atmosfera familiare attorno alla squadra: tant’è che invitava ogni domenica i suoi atleti a pranzo per mangiare spaghetti alle vongole cucinati dalla moglie e li portava prima di ogni partita in chiesa per sentire la messa, perfino a chi non era religioso, in modo da compattare il gruppo e ricordare loro che è importante credere, anche a ciò che sembra impossibile.
Massimino non era solo bravo come motivatore, era altresì un abile stratega della difesa ed un eccellente reclutatore. Per convincere gli studenti ad iscriversi all’università in cui allenava, utilizzava un particolare stratagemma: dopo un breve incontro informale, faceva sentire loro la registrazione di una partita futura in cui il loro nome veniva pronunciato dallo speaker, così da fargli pregustare il momento in cui sarebbero scesi in campo e avrebbero giocato per difendere i colori di Villanova University. Ed è in questo modo che riuscì a persuadere Dwayne McClain – un giovane con grandi potenzialità, che si rivelerà una pedina fondamentale nel gruppo del 1985 –, ma la registrazione che gli fece ascoltare quel giorno era diversa dalle altre, era quella della finale del torneo NCAA, ed era il suo nome a riecheggiare nei microfoni dei radiocronisti mentre stringeva la palla tra le braccia, ad un passo dal sollevare l’ambito trofeo.

Sennonché dall’altra parte vi erano gli Hoyas, la squadra favorita del torneo. Dopo aver già vinto l’anno precedente, GeorgeTown puntava a bissare il successo ed entrare nella storia. Avevano giocatori dal talento sconfinato al loro ultimo anno di college, pronti ad approdare con un ruolo da protagonisti nell’NBA, come Patick Ewing (futura stella dei New York Knicks). A guidarli vi era un allenatore nero – ancora uno dei pochi in circolazione –, il sergente di ferro John Thompson. Un vincente, uno che non si lasciava vincere dalle emozioni, un combattente nato, e non a caso portava sulla spalla un asciugamano bianco, lo stesso usato dagli allenatori di pugilato. I suoi giocatori erano alti come grattacieli, duri come rocce, avevano demolito le avversarie raggiungendo spesso i vénti punti di scarto, e gli opinionisti li consideravano i favoriti del torneo – d’altra parte avevano vinto entrambe le partite disputate contro Villanova nel corso della stagione regolare.
Il finale, però, era ancora tutto da scrivere e l’autore del libro è pronto a raccontarlo in modo appassionante, intrecciando la sua esperienza personale al fascino eterno della lotta tra Davide e Golia.

Getty images - Richard Mackson

Vinca il peggiore si inserisce nella collana “Vite inattese” della 66th and 2nd, in cui vengono svelate straordinarie imprese legate al mondo dello sport. Nel descrivere la sua storia legata alla partita del 1985, Enrico Franceschini crea un ritmo simile ad una partita di basket. L’inizio più cauto, in cui si muove circospetto tra le parole, quasi avesse timore di rivelare i particolari della propria vita. Le sue frasi sono brevi, concise, spesso (probabilmente alcune volte anche troppo) ricche di subordinate: esitazioni simili a palleggi sul posto prima di sfidare l’avversario, prima di arrivare a raccontare la memorabile partita tra Villanova e GeorgeTown. Ma una volta arrivati al fischio d'inizio, le parole corrono tra le righe con la stessa velocità di passaggi fulminei, impossibili da intercettare, si corre spediti fino alla fine, senza fiato; come i giocatori di Villanova, costretti a giocare in sei perché le riserve non erano all’altezza della situazione. Lo stile risulta più fluido, dinamico e prosegue così fino all’imponderabile finale.

Non sembra una partita di basket, ma una storia di fantasia scritta da Walt Disney, dove tutto può accadere grazie al potere dell’immaginazione. Nella terra dell’American Dream, valgono ancor di più le parole del produttore cinematografico di Chicago: se puoi sognarlo, puoi farlo.

Gradimento: 7/10