Dogman: cane mangia cane

Regista: Matteo Garrone

Anno: 2018

Durata: 102m

Genere: Drammatico

Marcello è un uomo piccolo e mite. Separato, ha una figlia che ama, ma vive da solo con i suoi cani nel negozio di tolettatura che possiede.

Simone è un delinquente locale che tira a campare con piccoli crimini e violenze terrorizzando il quartiere. È un cane sciolto, un enorme pitbull solitario.

Fra i due scorre una inquieta amicizia; l’inettitudine di Marcello lo porta ad essere vittima del manigoldo, che lo sfrutta per compiere rapine e furti, ripagandolo con una inconsistente parte della percentuale.

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A fare da sfondo a questa vicenda è un non luogo: una periferia non identificata, un posto grigio, degradato, un “pozzo di piscio e cemento”.

Il film si apre con un grande cane (un pitbull) che abbaia e ringhia in maniera minacciosa, mentre viene osservato timorosamente dagli altri cani in gabbia. In questa prima scena c’è già il leitmotiv del racconto: il grosso cane cattivo (Simone) che terrorizza gli altri cani, impassibili ed incapaci di (re)agire. Marcello tenta di calmarlo per pulirlo. La sua voce bizzarra, che esclama: “amore, amore!”, stempera la tensione, spostando il registro su un inaspettato piano comico. Il cane, quasi gaudente, si lascia asciugare col phon. Questa piccola gag è solo una delle numerose situazioni comiche presenti nel film, che, calate in una vicenda tragica, perdono la vis comica e non suscitano la risata, sebbene alcune trovate (come quella del cane nel freezer) siano demenzialmente esilaranti.

Marcello Fonte è perfettamente calato nella parte, la sua maschera comica fa sorridere e muove a compassione, trasformandosi man mano, dal ghigno ebete allo sguardo iniettato di rabbia, fino al volto folle e dissennato finale, ai limiti del grottesco. Assistiamo così alla metamorfosi del protagonista, uomo innocuo e pacifico, sopraffatto dai numerosi soprusi e costretto a ribellarsi generando altra violenza, in una climax ascendente che accresce sempre di più la tensione, fino all’esplosione finale di rabbia e follia.

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Edoardo Pesce, che interpreta il polifèmico Simone, si fa enorme, in un personaggio difficile nel quale è spaventosamente vero e credibile. Poche le sue battute, ma il fisico e la mimica (insieme al trucco), fanno tutto.

Homo homini canis, verrebbe da dire, parafrasando Hobbes. In una periferia selvaggia, priva di regole come fosse il far west, i commercianti locali tramano di farsi giustizia da soli e sbarazzarsi del delinquente. Nessuno ha però il coraggio di agire, così il quartiere resta immobile, inerme d’innanzi al gigante cattivo, a quel Golia accecato dalla brama di denaro e dalla cocaina. Sarà il piccolo David-Marcello, vero e proprio antieroe, a liberare il villaggio dal mostro, portando il corpo abbattuto come un trofeo, nella speranza di riconquistare la fiducia perduta dopo il tradimento perpetrato a danno degli amici del quartiere. Ma a guardare il suo trionfo/sconfitta non è rimasto nessuno. “L’uomo-cane” è solo, fra i palazzoni, col corpo senza vita di Simone e il suo fedele amico quadrupede.

Garrone prende un fatto di cronaca nera (fra i più tragici degli ultimi decenni), distanziandosi dal racconto giornalistico. La storia del canaro è solo una lontana eco, ed ha ben poco della vicenda reale. Il film parla del male, quello contagioso, che pervade nelle persone, abbrutendole e imbruttendole, e della violenza, sia fisica che psicologica. Una storia cupa, una moderna tragedia messa magistralmente in scena, grazie anche all’aiuto di Nicolaj Bruel, straordinario alla fotografia, che trasmette perfettamente lo squallore del posto, con chiaroscuri molto netti ed una pioggia quasi perenne come fosse la Los Angeles di Blade Runner. Anche l’audio in presa diretta e l’assenza di una vera e propria colonna sonora (nonostante alcune musiche di Michele Braga) contribuiscono a creare vuoti, silenzi che accrescono la tensione.

Una pellicola che si pone sulla scia di Gomorra (2008) per la crudezza del racconto, ma anche su quella de Il racconto dei racconti (2015) per il lato più grottesco, e che è valsa al regista romano ben nove candidature e sette Nastri d’Argento (fra cui miglior film e miglior regia), consacrando definitivamente Matteo Garrone, e decretandolo come uno dei registi italiani più interessanti.

Gradimento Autore: 8.5/10 (Interpretazione: 9/10; Regia: 8.5/10; Scenografia: 8/10)

Gradimento Amletico*: 7.8/10

Attori principali: Marcello Fonte (Marcello); Edoardo Pesce (Simone); Alida Baldari Calabria (Alida); Nunzia Schiano (madre di Simone); Adamo Dionisi (Franco); Francesco Acquaroli (Francesco)

Paese: Italia

Distribuzione: 01 Distribution

*Media tra gradimento del pubblico, critica e autore

altre recensioni

  • IMDb: 7,7

  • rottentomatoes: 69%

  • MyMovies: 4,16/5