L'Amletico

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Close: la purezza di un'amicizia in un mondo impuro

Dopo l’acclamato Girl (2019), Lukas Dhont torna con un film delicato e doloroso, che racconta la storia di un’amicizia perduta, vincendo il Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes e finendo nella lista dei migliori film stranieri per le nomination agli Oscar. Tale pellicola - apparentemente - potrebbe rientrare anch’essa nel filone LGBTQ+, per la medesima logica un po’ modaiola per cui è facile etichettare prodotti culturali eterogenei per cavalcare trend redditizi. Questa associazione, ad un primo impatto, potrebbe essere causata da un preconcetto abbastanza veloce da eliminare. 

Il precedente film, incentrato sulla storia di una ballerina transgender adolescente, entra a rigore nella categoria sopracitata, per raccontare la complessa vicenda di accettazione di un corpo che cambia in un’età critica, scossa di per sé da mutazioni traumatiche. Lara, la protagonista, confrontandosi con le coetanee nella sua scuola di danza, non può che fare a meno di raffrontare la propria fisicità a quella delle ragazze cisgender che la attorniano, in un ambiente competitivo e ossessionato dall’immagine. La bellezza di questo film risiede nello sguardo della cinepresa che incarna una visione molto intima e umana, attenta ai dettagli psicologici più effimeri e indistinti. La presunta diversità della protagonista non è mai oggettivata, inquadrata, non è mai prigioniera di riprese e movimenti che mirano a fissarla come riflessa in uno specchio frontale, quella appunto dove si ci esercita alla sbarra. Non è una gara quella che le permetterebbe finalmente diventare una “vera” donna, e non c’è nessun podio e trofeo alla fine di tale sfida. L’incertezza, ma anche l’improvvisa spavalderia, di Lara - davanti a noi spettatori, insieme agli altri attori - è sintomatica, mostrando la fragilità ma anche la dinamicità di un processo interno all’io di un personaggio che non è mai perfettamente sincronizzato con la propria identità, e tale dinamica riguarda il rapporto sempre instabile fra corpo e psiche. Come avviene per tutti i ragazzi e le ragazze adolescenti, queste metamorfosi smuovono nel profondo l’identità singolare e sociale, come un’attività vulcanica che trasforma le morfologie di un territorio al costo di esplosioni interne incandescenti, eppure invisibili dall’esterno. In questa alternanza fra visibile e invisibile si insinua la possibilità estetica colta dalla pellicola di Dhont, precisamente quella di rispettare questo margine sfocato dove si annida la complessità, dove l’intimità di un avvicinamento, di un’inquadratura più ravvicinata si configura come un gesto discreto e al contempo penetrante, traboccante di sincerità.

 


Il pericolo della normalità


Close, toccando sempre la tematica dell’avvicinamento, racconta di una fase della vita leggermente precedente, concentrandosi su quell’infinitesimale ma decisivo momento di passaggio, dove timidamente ci si affaccia all’età delle grandi transizioni. La storia mostra l’amicizia fra Rémi e Leo, legati da un affetto intimo e bello, che viene presto malvisto. Una compagna di classe chiede, con la cruda disinvoltura tipica dei bambini, se siano gay. Tale quesito semina un dubbio che da frivolo pettegolezzo si insinua serpentino in primis nella coscienza di Leo, che di tutta risposta inizia a prendere scelte dolorose per l’amico. Comincia, infatti, bruscamente ad assimilarsi ad uno stereotipo maschile, per fugare ogni possibile sospetto, giocando ad hockey, evitando di passare tempo insieme, tutte cose apparentemente “normali”. Ma qualcosa non quadra, non torna a Remi, che si sente espropriato di un affetto che non ha niente di indecoroso, venendo indebitamente sottoposto a una violenza senza nome. La regia di Dhont cattura in brevi ma folgoranti istanti la consapevolezza amara che sorge nella sua mente, trovando improvvisa conferma, istanti incisi nelle immagini che scorrono sullo schermo con la precisione glaciale di un bisturi. Vale la pena vedere la clip che ci restituisce lo spezzone del film dove avviene questo scontro, mostrando in pochi minuti come la crudeltà più sordida possa annidarsi in semplici gesti e parole, rivelando come il conformismo più blando possa improvvisamente diventare un’arma pericolosissima, che ferisce letalmente la sensibilità. D’altra parte, il male è banale, come afferma Hannah Arendt.


“Non è niente”


Noi non sappiamo che sfumature, che declinazioni potrebbe avere l’affetto profondo e sincero dei due bambini. Non è importante. L’intimità psicologica ricercata dalla cinepresa con i suoi attori non si spinge al punto di trasformarsi in un occhio clinico e disincarnato, che vuole svelare e indagare a tutti i costi. La regia si ferma un po’ prima, si premura di rendere giustizia alla chiarezza come all’ambiguità delle dolorose vicende messe in campo, con primi piani difficili ed emozionanti. Capiamo solo (e ci basta) che l’abitudine di etichettare e definire arbitrariamente tutto in categorie rigide e universali è una condotta tanto abominevole quanto sdoganata dalla nostra cultura, costituendo una prassi comune che sfortunatamente ha effetti imperscrutabili sull’interiorità delle persone, che si sentono così costrette a rendere conto davanti alla società intera di cose che riguardano solo loro. Il cinema di Dhont, inteso come forma d’arte, mostra la materializzazione di tale deriva sociale. La poesia visiva delle immagini con cui si apre la pellicola, che ci descrive il crescendo lirico che lega Leo e Rémì, attraverso momenti di gioco, chiacchiere, spensieratezza è spazzato via dal potere simbolico di un linguaggio che funziona come un tritacarne, che non tiene conto della variabilità emotiva e creativa di un universo fatto di cose effimere e quindi tragicamente delicate, destinate a non durare.


Una violenza innominabile


La paura di non essere accettati, o di essere accettati per ciò che si è (non dirò “realmente” perché è sempre un fatto relativo), è qualcosa che riguarda trasversalmente ragazzi, ragazze, uomini, donne, a prescindere dall’orientamento sessuale, dall’identità di genere. L’accettazione di una persona tout court è un fatto spirituale, e Dhont lo mostra bene perché non ha nessun interesse né a porsi come manifesto LGBTQ+ né a tessere l’elogio dell’amicizia, di cantare l’inno alla bellezza dell’infanzia. Accettare, riconoscere qualcuno non significa nulla, eppure significa tutto, perché questa accettazione noi nella pellicola non la vediamo attraverso le parole, ma attraverso lo scorrere di immagini spesso mute. Il mondo maschile, tuttavia, è particolarmente problematico in questo senso, in una società patriarcale dove l’universo sentimentale è associato a valori femminili, da cui è caldamente consigliato allontanarsi se si vuole essere riconosciuti come uomini. Che tipo di violenza sociale viene perpetrata ai danni, non solo di Remi, ma anche di Leo? Nella scena mostrata nella clip di youtube quest’ultimo apparentemente tranquillizza l’amico, dicendo che non c’è da inquetarsi, che è tutto apposto. Propone - con un atteggiamento sfuggente e leggermente infastidito - semplicemente di entrare nel gruppo, di non tenere conto di questo presunto malessere che si avverte nell’aria. In questa dinamica, apparentemente banale, c’è tutta la violenza dell’omologazione e della discriminazione. Anche se sarebbe facile vedere sullo schermo i ruoli di una vittima e di un carnefice che si scontrano, qui ci sono semplicemente due ragazzini che, improvvisamente, non possono più viversi l’affetto che li lega vicendevolmente, poiché ritenuto vergognoso e sospettoso agli occhi dei più. Leo deleggittima l’amico, dal suo ruolo di complice e confidente, ma svaluta allo stesso modo anche sé stesso, decidendo di indossare una maschera convenzionale. Remi, rimasto l’unico “diverso” che non vuole accettare e riconoscere il pesante carico di questo stigma sociale, per non essere ghettizzato e non ghettizzarsi, ha una reazione violenta. Non vuole credere a cosa stia succedendo. Attacca l’amico, inzia una rissa. Ma a seguito dell’esplosione di rabbia, placata dopo l’improvviso sfogo, prevale il dolore, il dolore di non essere accettati e di non essere ascoltati, di essere semplicemente cancellati, perdendo il diritto di parola e conducendo Remi a confrontarsi con una perdita insostenibile, che lo condurrà a prendere una scelta drastica. Anche se nel film non assistiamo a nessuna forma di violenza sociale “nominabile” (bullismo, razzismo, molestia…), quello che accade è talmente indicibile che non lo vedremo mai sullo schermo, assistendo impietriti, dopo questa scena, solo alle sue conseguenze disastrose.


dei non detti cristallini


Le terribili conseguenze che si susseguiranno a questa scena, che noi non sveleremo e che nemmeno il regista mostrerà esplicitamente, oltre la soglia della latente crisi che percepiamo, costituisce l’anima del film, che si srotola davanti allo sguardo dello spettatore come la matassa di un gomitolo che inizia a rotolare precipitosamente lungo le scale. Da metà del film, infatti, inizia a compiersi l’accidentato e drammatico percorso di elaborazione dei diversi personaggi, in particolare del giovane Leo. Senso di colpa, rabbia, rifiuto, impotenza. Tutto in modo asciutto e calibrato, senza sbavature e momenti commoventi. È qui che inizia veramente la narrazione, quella che non si può raccontare ma bisogna viversi. Dopo le veloci e didascaliche premesse dell’incipit prende corpo un viaggio nella psiche dei personaggi silenzioso e tormentato, una vera avventura interiore sotto la stella della malinconia, fatta di penombra e abbagliante luminosità. La macchina da presa si sofferma, in particolare, proprio sul personaggio di Leo, sul rapporto che riesce a costruire malgrado tutto con la madre di Remi. Se l’amico non aveva gli strumenti per elaborare il trauma della discriminazione e della delegittimazione della sua persona, nemmeno lui possiede tali strumenti per comprendere e affrontare quanto accaduto. E così si mostra una carrellata di scene, potenti e conflittuali, dove un ragazzino e una madre attraversano in modo soggettivo l’odissea interiore che li unisce da due prospettive diverse, che potrebbero essere nettamente divise, e invece non lo sono.

costruire un’altra storia


Non esiste una strada univoca per “andare avanti”, “accettare l’inevitabile”, “elaborare la perdita”, “prendersi le responsabilità” e questo lo mostra bene il linguaggio cinematografico di Close, che non è mai moralista. L’unica cosa che si può fare è avvicinarsi, non rifiutare l’altro da sé o l’altro in sé, nei momenti difficili come in quelli più disimpegnati. Insieme, vicini, non solo si può tentare di affrontare l’insostenibile, o quanto meno di fronteggiarlo, ma si può anche rendere giustizia all’autenticità davanti a un mondo di parole, immagini convenzionali e codici vuoti, che disumanizzano l’esperienza comune come quella artistica, standardizzando i messaggi, privando la parola di senso. Tutto questo potrebbe essere semplicemente superficiale o banale, se non mostrasse anche rovesci nefasti, come rivela la pellicola. Non bisogna parlare, né compiere gesti eclatanti, a volte basta anche il silenzio, un silenzioso rispettoso, accogliente, come quello che risuona come un brusio sospeso nel cinema di Dhont, stratificazione di pensieri discreti e pathos trattenuto, che dona tempo e spazio all’esperienza di visione dello spettatore, perché c’è sempre molto da testimoniare, anche quando sembra che non ci sia più tempo.