Carcere X – Capriccio con gruppo di prigionieri

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Percorriamo “une saison en enfer”, una stagione dalla durata imperscrutabile (c’è chi dice l’eternità) e vediamo angeli caduti nell’erebo, titani di una lotta combattuta contro gli dei sempiterni, uomini che sembrano uscire dal Giudizio Universale di Michelangelo, dalle tele di Rosso Fiorentino; e noi li osserviamo poco distanti dalla loro pena e, vicino alla soglia, quasi potremmo interrogarli sulla loro colpa, ma ci accorgiamo che essa deve rimanere nel silenzio (non la conoscono). D’altronde non comprenderemmo la lingua che essi parlano: come intendere il berbero, la lingua degli arabi di Samarcanda, il sanscrito o il greco di un condannato a morte, come comprendere l’idioma dei celesti e degli immortali?

Sui gradini che conducono verso altre iperboli sostano gli uomini ma non fanno in tempo a riposarsi dalle loro fatiche, riversi su scale di pietre, che subito si rialzano riprendendoa camminare in lungo e in largo per il carcere, quasi sia impossibile per loro rimanere fermi in un punto.

All’interno delle prigioni è un popolo di nomadi che si vietano di aspettare, di pensare alla loro condizione di carcerati, sono dei peripatetici che fanno del movimento la loro metafisica. Spesso li vediamo andare da soli per i lunghi colonnati, altre volte camminano con qualcuno accanto per brevi tratti e non si sa se è solo per avere la compagnia di uno o al fatto che loro strade coincidano.

Sulle scalinate due uomini ci sopravanzano e parlano, più probabilmente si limitano ad ascoltare la voce dell’altro che non afferrano.

Sentiamo uno rivolgersi in latino a chi ha il volto di terre malesi:

 

Sed me iussa deum, quae nunc has ire per umbras,

per loca senta situ cogunt noctemque profundam,

imperiis egere suis[1]

 

L’eco delle parole e dei passi si perde tra le colonne emicicliche.

Più fortunato è chi infine ha trovato il termine ultimo del suo vagare, chi già è stato giudicato e giace in catene, pronto adesso a replicare i tormenti di Prometeo. Tra quelli che camminano c’è chi sta nell’attesa di veder comparire l’anfitrione di questo carcere, a cui chiedere quale strada dovere percorrere e chi spera nella grazia di un giudice, un giudice che nessuno ha visto e che eppure deve esistere se vi è una pena, una condanna, una tortura da scontare. Ma nessuno dei due arriverà, gli spazi, l’abbiamo già detto, sono infiniti e nessuno giunge da alcuna parte (non c’è uomo che possa dire d’essersi mosso per davvero all’interno del carcere) e forse né i giudici né l’anfitrione esistono realmente.

Le prigioni di Piranesi sono le quindici o sedici tappe di una via crucis dell’Io, immagini di un rito misterico, epoptico che rivelano la presenza di un enigma da svelare. Vi è una passione del nascosto e dell’invisibile riservata alla comprensione di iniziati, che si esprime per metafore e simboli come nei misteri della Frigia e di Eleusi, come se dinnanzi a noi avessimo il Liber Mutus degli alchimisti o le tavole dell’ Hypnerotomachia Poliphili il cui senso ci rimane misterioso, oscuro. Quasi che all’interno del carcere si nasconda una Sfinge e un logos ancora da decifrare.

E in quelle che potrebbero essere le imperscrutabili città del Mundus Subterraneus di Kircher avviene una ricerca, si insegue qualcosa o qualcuno… Finchè dietro una torre, un muro, una colonna non incontriamo quella Sfinge che ci era sempre sfuggita, ed allora con voce grava ci direbbe che forse non v’è nulla di cui andare in cerca, se non alfine di noi stessi.

Gnothi seauton.

 

 

 

[1] Ma il volere degli dei che ora mi costringe ad andare tra le ombre,

   per luoghi squallidi di desolazione e per la notte profonda,

   mi spinse con i suoi comandi

   -Eneide, VI-