L'Amletico

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Claudio Lolli, poeta e zingaro (quasi) felice

Illustrazione originale di Leonardo Crudi

Cantautore depresso e cupo a tal punto da spingere i giovani al suicidio. In seguito cantautore politico, comunista, affiliato addirittura alle Brigate Rosse. Sul nome di Claudio Lolli hanno pesato, fin dall’inizio della sua carriera, pregiudizi o pareri errati e distorti.

Autore certamente non sconosciuto, Lolli ha avuto alcuni riconoscimenti importanti (sebbene tardivi), e ha goduto di notevole fama negli anni Settanta, decennio che ha cantato e raccontato in dischi straordinari.

Ad oggi però, a distanza di quasi tre anni dalla sua morte, sembra che il suo nome e la sua musica siano finiti nel dimenticatoio.

Ci appare quindi doveroso inaugurare questa nuova rubrica sul Cantautorato dimenticato proprio con lui, tra le prime vittime di questa dimenticanza collettiva, di un’amnesia musicale che vogliamo, nel nostro piccolo, provare a curare.

Claudio Lolli nasce a Bologna nel 1950, ma sta alla città emiliana come De Gregori sta a Roma. Entrambi, infatti, sono figli sui generis di queste, legati ad esse ma senza un’identificazione totale con loro e con l’immaginario della città, come potrebbero essere un Guccini e un Venditti con le stesse. In quella “vecchia signora dai fianchi un po' molli”, Lolli cresce, studia e si forma culturalmente, esordendo proprio nella gucciniana Osteria delle Dame. Questo giovane ventenne dai capelli lunghi e arruffati, magro, timido e ambizioso (come canterà in Quelli come noi) si esibisce nell’osteria dopo la mezzanotte, quando il palco è libero per chiunque abbia voglia di cantare e suonare.

La sua voce carezzevole, così unica e sensibile, assieme al suo fingerpicking delicato, stupiscono Guccini, già avviato e noto cantautore, che lo porta alla casa discografica EMI. Il 1972 è l’anno del debutto, stesso anno in cui l’ormai amico Guccini pubblica Radici, album tra i più belli e importanti della sua discografia.

Il primo atto lolliano è già un’opera incredibilmente matura e degna di nota, il 33 giri che si intitola Aspettando Godot contiene dieci tracce per quasi cinquanta minuti di musica. La copertina, ironica quanto mesta, lo mostra al posto di Cristoforo Colombo nella banconota delle cinquemila lire. Il disco contiene alcuni dei brani più celebri di Lolli, come la canzone che dà il titolo all’album, dove l’opera teatrale di Beckett serve a raccontare la storia di un uomo incapace di agire, che passa la vita ad attendere qualcuno o qualcosa, per iniziare “a vivere forte proprio andando incontro alla morte”.

Borghesia, secondo brano del disco, diventa presto una canzone manifesto. Un brano ironico ma al contempo pieno di rabbia e disprezzo verso quel mondo piccolo-borghese dal quale proveniva e verso il quale sentiva una necessità di staccarsi. Nello stesso anno usciva nelle sale Il fascino discreto della borghesia, arguta e surreale critica alla borghesia del grande regista Luis Buñuel. Se la pellicola dello spagnolo era caustica e sardonica, la canzone di Lolli è più mite e meno severa nel giudizio, ma non per questo meno efficace. Il brano diventerà infatti il simbolo di una generazione in lotta con i propri padri, desiderosa di uno scontro generazionale per scrollarsi di dosso tabù e catene (“così grigia e così per bene di porti a spasso le tue catene”).

Segue Michel, una canzone dalla tenerezza disarmante, il racconto di una vecchia amicizia d’infanzia e della sua fine, cantata su note fiabesche tra flauti e chitarre. Un brano che sa di Nouvelle Vague e di Truffaut in particolare, di infanzia tra corse, bizze, soldatini e lacrime. Il lato b del vinile lascia spazio alla parte più riflessiva e cupa di Lolli, in brani come Angoscia metropolitana e Quando la morte avrà, canzone dall’eco pavesiana (autore da lui molto amato).

Questa vena più pessimistica prende sempre più spazio e sfocia nel secondo disco in studio, Un uomo in crisi: Canzoni di morte. Canzoni di vita (1973). Un album abissale, in cui la visione della vita si fa cupa e senza via d’uscita nei primi brani, le “canzoni di morte”, per trovare poi una via d’uscita dal nichilismo più assoluto nelle “canzoni di vita”. In Hai mai visto una città, l’arpeggio di Stefan Grossman alla chitarra, non è più quello vivace alla Brassens di Borghesia, o alla Coen di Aspettando Godot, ma è tinto di una tristezza che, accompagnata dai lamenti di un violino che stride e che riproduce i suoni disturbanti della città, contribuisce a creare un senso di disturbo e disagio nell’ascoltatore.

Seguono le Canzoni di rabbia, che narrano di una rabbia vissuta in solitudine (“solitudine sorella”), ingoiata, perché Lolli non alza mai la voce per sfogarsi come il collega Guccini, ma matura i sentimenti dentro di sé, riversandoli su carta con parole semplici, che solo dopo essere germogliate sulla bocca di chi le canta sortiscono quell’effetto di grande forza e impatto. Di questo terzo disco, Vent’anni è senz’altro la canzone più celebre e memorabile.

 

“Vent'anni, né poeta né studente

Povero di realtà, ricco di sogni

Vent'anni e non sapere fare niente

Né per i tuoi né per gli altrui bisogni

Vent'anni e credi d'essere impotente”

 

Nel 1976 avviene una svolta significativa. Ho visto anche degli zingari felici è il suo disco di maggior successo, vera e propria pietra miliare per la musica italiana. Cambiano le sonorità, che si tingono di jazz e prog, e ai giri di chitarra si sostituiscono lunghi assoli e improvvisazioni di sax, come quello che apre la canzone che dà il titolo al disco, preso in prestito da un film quasi omonimo del regista jugoslavo Petrovic. Ma gli zingari di Lolli sono i giovani alternativi di quegli anni, e l’affresco che mette in musica narra la storia d’Italia di quel periodo, fatta di stragi (Agosto, che racconta la strage dell’Italicus), funerali (Piazza, bella piazza) e grandi personaggi politici (Albana per Togliatti).  Le radio libere, nate proprio nel 1976 dopo la liberalizzazione dell’etere, faranno di questo disco una bandiera, riproducendolo molto spesso e contribuendo alla sua fama.

Raggiunto l’apice del successo, la notorietà e l’apprezzamento per la sua musica iniziano a scemare. I dischi successivi si fanno più difficili e a tratti criptici, come Disoccupate le strade dai sogni, disco sperimentale in cui i suoni si ingrigiscono e l’atmosfera diviene apocalittica e alienante, specchio di quanto succedeva in quel periodo a Bologna e in Italia. Lolli sembra profetizzare la fine di una generazione e dei suoi sogni: “disoccupate le strade dai sogni, sono ingombranti, inutili, vivi”.

La linfa poetica di Lolli non si arresta, ma la sua produzione rallenta, e mette al mondo tre dischi a decade, sia negli anni Ottanta che nei Novanta. Degni di nota Antipatici antipodi, anche per la copertina disegnata da Andrea Pazienza, e Viaggio in Italia, dove compare la sua versione di Keaton, brano scritto da lui ma interpretato prima da Guccini nell’album Signora Bovary.

Nel frattempo, laureatosi in lettere, insegna in un liceo bolognese, e questa esperienza lavorativa gli darà molto, come dirà in seguito un’intervista. Parallelamente all’insegnamento continua a comporre e incidere, e a suonare dal vivo in giro per l’Italia.

Con la maturità è cambiato il suo modo di scrivere e soprattutto di cantare, le canzoni vengono quasi parlate, come fosse un talkin’blues, ma con note più progressive-jazz, e le immagini narrate si fanno ancora più evocative e vaporose. Le canzoni del Lolli maturo sono forse meno iconiche, meno cantabili, e per questo sempre meno note. Ma è quando meno se lo aspetta che arriva il riconoscimento più prestigioso, quella targa Tenco negatagli per anni e di cui viene insignito per quello che sarà il suo canto del cigno, Il grande freddo.

Un riconoscimento sì per un grande disco, che regala brani di intensa poesia come “la fotografia sportiva” e “400000 colpi”(stavolta omaggio esplicito a Truffaut), ma soprattutto un riconoscimento alla sua carriera e alla sua musica mai pienamente compresa.

L’amico e collega Francesco Guccini lo ricorderà con affetto in un’intervista in occasione dei suoi ottant’anni, dicendo che è stato un “grande poeta, un grandissimo autore di canzoni, meglio di me”.

Difficile fare confronti tra due grandi cantautori così diversi. La musica di Claudio Lolli è probabilmente unica, accostabile per certi aspetti a De André, per le liriche così alte (sebbene meno intellettuali), a Dalla per i testi originali e allo stesso Guccini per un certo impegno politico, ma anche al cantautorato francese, Brassens su tutti, per la leggerezza e l’ironia con cui ricama i suoi j’accuse, sempre raffinati e al contempo pungenti.

Lolli, lo zingaro – più o meno – felice della musica italiana, esce di scena sottovoce, con fare discreto, così come era stato al mondo, cercando di lenire quella “vita schifosa”, tra “un po' di tristezza” e “un poco di rabbia”.

In seguito alla vittoria del premio Nobel per la letteratura di Bob Dylan nel 2016 ci furono numerose polemiche. In molti criticarono la scelta dell’Accademia svedese per la poca ortodossia (il cantautore statunitense è stato il primo musicista a vincere il prestigiosissimo premio). La poesia è ritmo, ha una sua musicalità, le parole vengono scelte, o quasi forgiate, anche per il loro suono, e allora questo distinguo così schematico lascia il tempo che trova di fronte a poeti della canzone come Claudio Lolli, vero poeta di quelli che “fanno paura”…

“Perché i poeti accarezzano troppo le gobbe,
Amano l'odore delle armi,
Odiano la fine della giornata.
Perché i poeti aprano sempre la loro finestra
Anche se noi diciamo che è una finestra sbagliata.”