"Baby Driver": Il raffinato citazionismo di Edgar Wright

Regista: Edgar Wright

Anno: 2017

Durata: 115m

Genere: Azione, Commedia

Edgar Wright è ormai un regista cult. Con solo quattro film all’attivo ha marchiato a fuoco il proprio stile narrativo, visivo e sonoro nell’immaginario cinematografico contemporaneo; già dai tempi di “Shaun of the Dead”(2004) può essere considerato uno di quegli autori capaci di far presa su qualsiasi target di spettatori, e con una poetica immediatamente riconoscibile. Un cinema come quello del regista inglese non si era mai visto, principalmente per la maniera in cui costruisce la commedia e l’azione, miscelandoli con un sound design molto curato, soluzioni di montaggio mai banali, musica pop-rock e una miriade di richiami/parodie del corredo audio-visivo passato. Del resto Wright, fin dagli esordi, si è insinuato nel novero di quei registi cinefili – dei quali Rodriguez e Tarantino (che compare anche nei credits di “Baby driver”) sono i capostipiti – che impiegano lo stereotipo di genere e la citazione, spaziando dal noir americano anni ‘50, al grindhouse anni ‘70, all’action movies anni ‘80, come materia stilistica e fonte inesauribile di ispirazione.

Per tutti questi motivi il suo ultimo lungometraggio, in uscita in Italia il 7 settembre 2017, è un grande evento: Baby driver è lontano quattro anni da The World’s End e, nonostante mantenga il consueto estro compositivo, si rivela indubbiamente diverso dalle opere precedenti. Mentre il blocco di film che va dal 2004 al 2014 – in uscita regolarmente ogni tre anni – è eterogeneo ma anche estremamente affine per toni e intrecci narrativi, dopo il deragliamento del progetto “Ant-Man”, Wright vira con decisione verso il made in USA e ambienta il suo action-movie musicale ad Atlanta. Oltre alle ambientazioni varia anche il delicato equilibrio di elementi: si vede più azione e qualche scintilla di commedia viene smorzata. D’altronde il protagonista è Ansel Elgort (“Divergent”, “Colpa delle stelle”, Città di carta”), che di certo non possiede la vena comica di Simon Pegg, ma che svolge perfettamente il ruolo di ragazzo sensibile, prodigio di fughe in macchina criminali e iperboliche.

Baby (Ansel Elgort) è di poche parole e porta con sé le cicatrici di un passato doloroso, materializzate in un fischio assordante nell’orecchio destro. Quest’acufene è un geniale motivo narrativo che funziona da pretesto per intrappolare ogni singolo fotogramma in un flusso ininterrotto di musica: Baby ama ascoltare i Queen, The Beach Boys, Barry White, Simon & Garfunkel, The Commodores, Beck e tanti altri, ma soprattutto odia percepire gli echi di una sofferenza costantemente riesumata da quel sibilo.

Il protagonista è fiancheggiato da una schiera di personaggi sopra le righe, interpretati da attori del calibro di Kevin Spacey, Jamie Foxx e Jon Hamm. Il team, ben consolidato nello star system hollywoodiano, calza con naturalezza la maschera di “badass” malavitoso, calibrando la verve comica del film.

“Baby Driver” ci trascina in un viaggio alimentato da un montaggio sinusoidale, che aderisce alle diverse tonalità delle melodie che si succedono; la vicenda, infatti, è in parte ispirata al suo videoclip “Blue Song” dei Mint Royale.

Edgar Wright, fin dalla memorabile sequenza di “Shaun of The Dead” (in cui uno zombie viene bastonato con stecche da biliardo sulle note di “Don’t stop me now”), conosce perfettamente il potenziale ritmico ed espressivo di una buona canzone, trasforma ora i pezzi extra-diegetici in suoni provenienti direttamente dalle cuffie del nostro protagonista. L’idea è quella di ottimizzare la potenza di una colonna sonora eliminandola completamente e sintonizzare lo spettatore sul ritmo vitale di un personaggio: con ciò che sente, con ciò che prova, con ciò che fa dall’inizio alla fine. L’immedesimazione nel cinema non è di certo un “topos” nuovo, ma questa volta siamo legati ad una personalità particolare: Baby guida al massimo, assiste a decine di sparatorie e il suo occhio riveste qualsiasi dato percettivo di musicalità.

L’accompagnamento sonoro viene generalmente utilizzato per conferire enfasi ad una sequenza e una sua estensione rischia dunque di appiattire l’intero materiale narrativo. Il regista evita il pericolo assegnando nuovi contenuti alle abituali matrici di senso: gli inseguimenti, le rapine e le situazioni da gangster movie emanano un senso di ordine grazie all’ausilio musicale che padroneggia il mondo diegetico, mentre i pochi momenti in cui si percepisce il fischio sono pervasi da tensione, disagio, imprevedibilità.

Parallela al filone action si snoda una love story che fa il verso alla classica romantic comedy: Lily James veste i panni di Debora, la canonica cameriera di un diner che sogna di fuggire da una vita senza prospettive. Nonostante le dinamiche della coppia risultino a volte eccessivamente stucchevoli, i due giovani sono legati da una buona sintonia e non vengono adombrati dalla presenza possente degli altri “Big” del cast. I personaggi anche se ben caratterizzati sono standard. Niente di nuovo, eppure completamente nuovo: Edgar Wright prende in prestito e guarnisce di novità tutta la materia che si diverte ad intrecciare.
“Baby Driver” è un groviglio dinamico che sembra non potersi arrestare e l’unico punto debole, infatti, emerge nel finale quando tenta di concludersi. In questo caso, sarebbe stato meglio non rallentare.

                                                                                                                 Scritto da Simone Aronica e Giovanni Cosmo

Gradimento Autori: 8.5/10 (Interpretazione: 8/10; Regia: 9/10; Scenografia: 8.5/10)

Gradimento Amletico*: 8.3/10

Attori principali: Ansel Elgort (Baby); Kevin Spacey (Doc); Lily James (Debora); Jamie Foxx (Bats); Jon Hamm (Buddy)

Paese: USA

Distribuzione: Sony Pictures

*Media tra gradimento del pubblico, critica e autore

*ALTRE RECENSIONI

My Movies (3.5/5)

IMDb (8.2/10)

Rotten Tomatoes (94%)