L'Amletico

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Bob Dylan, gli 80 anni del genio che ha inventato il mondo moderno

Qualche anno fa, non troppi, Bob Dylan fu chiamato per partecipare a uno spot commerciale della Chrysler in occasione del Superbowl, principale evento sportivo mondiale. Nello spot un Dylan non più giovanissimo, ormai con l’aspetto del maestro e del saggio e non quello del divo incendiario della musica pop, ci diceva “Cosa c’è di più americano dell’America?”; e la domanda è giusta, ma la risposta non così scontata.

L’America è uno strano contenitore di cose, idee, persone, sentimenti. Di rivoluzioni mancate e tentativi di golpe falliti. Ma è anche fucina di sogni, speranze di generazioni e generazioni di visionari. Con la fortuna, o sfortuna, di nascere nel posto giusto e di vivere tempi complessi. Fra questi sicuramente c’è stato anche Bob Dylan.

Essere americano significa avere il peso di un mondo nuovo che deve essere costruito, un mondo che ha bisogno di eroi, di speranze e di ideali.

Purtroppo non tutte le persone sono pronte per essere rivestite di questo ruolo e non tutte le persone, giustamente, hanno le capacità per sentirsi adatte a impersonificare il ruolo e la funzione del Messia. Così immaginate questo giovane ragazzo che dal Minnesota, dalla cittadina di Hibbing, si trasferisce nella caotica e frenetica New York inseguendo il sogno di diventare un cantante folk. Proprio quel folk che in quegli anni si proponeva come una musica nuova e al contempo vecchia, capace di unire la tradizione del canto americano e la ricercatezza della poesia e dell’impegno sociale.

Quando arriva a New York Bob Dylan è poco più che ventenne, ha una chitarra addosso e il cappello come quello di Woody Guthrie, suo grande eroe che avrà la fortuna di incrociare, anche se morente e in agonia nel letto d’ospedale.

Inizia così il suo cursus honorum, come tutti quanti: cappello che diventa cestino per le offerte e tanta voglia di suonare. In poco tempo comincia a farsi un nome: Bob è simpatico, affascinante e carismatico, e soprattutto ha qualcosa che nessun altro dei cantanti folk ha, ossia una visione più larga e più grande.

Fa amicizia con Joan Baez, sua coetanea ma già famosissima e leggendaria nel circuito. Joan, bellissima, lo prende sottobraccio e lo trascina per concerti e nei vari festival folk, uno fra tutti quello di Newport, trasformando l’imberbe ragazzo in una promessa. È proprio una canzone presente nel secondo album, The Freewheelin’ del 1963, a spaccare il mercato statunitense. Il brano in questione è Blowin In The Wind, anche se la versione che diverrà famosa sarà quella di Peter, Paul e Mary (artisti sotto lo stesso management di Dylan).

Blowin In The Wind è diversa da tutto quello che si era udito prima: è un brano intimo che anziché dare risposte fornisce solo domande, proprio perché le risposte sono sparpagliate in quel vento dove è impossibile raccoglierle. Dylan più che indicare una strada pone dei dubbi su ciò che abbiamo intorno. Più che gettare una luce chiarificatrice, ci mostra le ombre del mondo.

In poco tempo, quel giovane ragazzo si allontana dal mondo di Woody Guthrie e diviene il simbolo di una generazione che ha bisogno di una voce. Gli anni sessanta sono un periodo complesso, difficile da descrivere in poche righe, ma certamente Dylan ha rappresentato la sua parte più iconica e sognatrice, prima dell’arrivo delle droghe e della distruzione della controcultura.

Nel frattempo, dall’altra parte dell’Atlantico quattro ragazzi, a Liverpool, stanno riscrivendo le regole della musica usando nuovi accordi e nuovi suoni. E quando nel 1964 le due più importanti realtà della cultura della modernità si incontrano, lo scontro non può che ridisegnare i panorami musicali. Se John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr rimangono drammaticamente influenzati dalle parole di Dylan, ora è Dylan a capire che la “Grande America” forse ha ancora molto da imparare dalla “Piccola e Vecchia Europa”.

Per questo motivo Dylan si svincola dalle ristrettezze del folk e dalle aspettative del pubblico, e fa quello che mai prima di allora era stato fatto. Tradisce, almeno secondo i giovani rivoluzionari dell’epoca (rivoluzionari solo sulla carta), e rinuncia al ruolo di Messia per diventare soltanto se stesso. Abbandona la chitarra acustica e imbraccia quella elettrica, pone domande meno retoriche. Non più risposte da trovare nel vento ma dentro di sé. “Che cosa si prova a non avere una direzione verso casa?”, “Cosa si prova a essere soli come dei completi sconosciuti?”.

È con Like A Rolling Stone che Bob Dylan riscrive le pagine del rock e del folk mondiale, creando un connubio nel 1965 che segna la via per tutti i musicisti venuti dopo.

Certo, non tutto il pubblico riusciva ad apprezzare e a capire il messaggio di questo giovane visionario artista. Ed ecco i famosi e famigerati concerti dove Dylan viene fischiato; il Newport Folk Festival, una volta casa accogliente, ora è divenuto  tribunale popolare con una condanna a morte già pronta prima ancora di calcare il palco. E i famosi concerti del '66 in Inghilterra, culminati con quel “Judas” che da solo rappresenta il punto di rottura di quegli anni '60, con Dylan finalmente conscio che l’unica risposta possibile fosse “Play It fucking loud”.

Dopodiché il famoso quanto misterioso incidente in moto, la sparizione dalla scena pubblica e un Bob profondamente diverso, capace di arrivare a scegliere parole nuove in tono messianico, salutando i '60 adagiandosi nel country (genere lontano dal Dylan dirompente di pochi anni prima). Dev’essere difficile rappresentare una generazione senza volerlo fare ed è ancora più difficile cercare di uccidere la propria immagine pubblica senza realmente riuscirci. È così che il Dylan segregato in casa a Woodstock evita il festival e si scopre padre di famiglia negli anni più felici della sua esistenza.

Ma la pace e la tranquillità non sono mai state la cifra distintiva di Bob, ed eccolo tornare capostipite di una generazione di nuovi musicisti, accompagnato dalla Band sui palchi del mondo a portare ancora una volta il suo vangelo elettrico. E poi la vita che lo colpisce nell’intimo con un rapporto familiare che va a disgregarsi e il dolore di una separazione dalla moglie, narrato e cristallizzato al meglio in quel “sangue sulle tracce” del suo capolavoro, di nuovo acustico, Blood On The Tracks.

Un Dylan ormai trentacinquenne ma ancora desideroso di tracciare un confine tra un prima e un dopo. Lo vediamo nel '75 mettere su la più stravagante, divertente, adrenalinica e anfetaminica congrega di musicisti in giro per gli stadi degli USA nella Rolling Thunder Review, folle carrozzone dove girò in compagnia di Joan Baez, Roger McGuinn, Allen Ginsberg, Joni Mitchell e una decina di musicisti ancora. È l’ultimo periodo in cui lo vedremo urlare a pieni polmoni sul palco.

Dylan ha sempre avuto come spirito guida il cambiamento e il desiderio di spiazzare, non solo il proprio pubblico ma anche se stesso. È strano vederlo a fine anni settanta impegnato in una crisi mistica a sfondo messianico e ritrovarlo cristiano rinato, intento a cantare canzoni in lode a Dio.

Entra negli anni ottanta con una nuova altalenante carriera, con una qualità che scende gradualmente, per essere poi riscoperto alla fine degli anni novanta di nuovo in versione acustica, come il grande cantore di un mondo sparito ma ancora impresso nella memoria collettiva.

Il nuovo millennio vede facilmente Dylan candidato al Nobel di anno in anno, fino alla sua vittoria nel 2016, trasformando un “semplice menestrello” in un grande rappresentante della cultura contemporanea.

Oggi Dylan compie ottanta anni e con lui compie ottant’anni anche la cultura moderna. Compiono ottant’anni - in più - questi Stati Uniti e questo nuovo mondo, che ha accolto uno dei suoi geni più visionari.

Il grande talento di Dylan è stato quello di saper andare contro le aspettative di qualcuno che ha già deciso chi sei e cosa devi fare.

E Dylan questo l’ha fatto con la poesia delle sue canzoni e con la voce - acustica ed elettrica - di una musica che voleva essere qualcosa di diverso, andare oltre l'apparenza delle cose, esplorando quel sottile e selvaggio suono mercuriale.

Oggi non possiamo fingere di non dover tanto a questo uomo, che continua da sessant’anni a regalare infiniti contributi all’umanità con la sua opera. Se c'è qualcosa che possiamo imparare dal Dylan artista, prima ancoraancora che dall'uomo, è guardare in faccia chiunque pensi che tu sia un traditore e gridargli con tutto il fiato che si ha in gola “Io non ti credo. Tu sei un bugiardo. Play it fucking loud”. Tanti auguri