72 ore


Periferia a Sud di Roma.

Polvere, detriti e scorie cadono dal cielo. Un ronzio assordante nelle orecchie. Mi alzo, sono ancora vivo. Vista sfocata, escoriazioni e ferite lievi su tutto il corpo, attorno a me palazzi senza più vetri, persone a terra con i vestiti stracciati, alcune forse morte, altre che cercano di alzarsi da terra con difficoltà.

Una donna sui 35 anni con il volto ricoperto di sangue viene verso di me: 

-"Stai bene ti serve aiuto?"

-"Credo…ehm…sì, penso di sì"

-"Okay, sbrighiamoci a cercare riparo"

-"Cosa è successo?"

-"Non lo so ma lo scopriremo presto, andiamo!!"

Cerchiamo il palazzo con il portone aperto più vicino, ma non lo troviamo. Proviamo a citofonare a tutti ma non c’è corrente elettrica e nessuno ci può sentire. A un certo punto vediamo in lontananza una fermata della metropolitana e decidiamo di scendere.

Ci sediamo per terra per riprendere fiato, lei tira fuori dalla tasca il cellulare ed entra sul sito di una nota testata giornalistica locale, il suo volto si fa scuro e legge ad alta voce: “Attacco nucleare a Roma, una bomba da 10 chilotoni con epicentro al Colosseo, 150mila morti e migliaia di feriti. Linee guida per evitare il contagio da radiazioni”. Leggiamo tutto l’articolo, abbiamo fatto bene a cercare subito riparo nella metropolitana evitando di prendere una buona dose di radiazioni potenzialmente letali. Il caso ha voluto che fortunatamente ci trovassimo a una distanza di più di 5 kilometri dall’epicentro, evitando la morte certa.

Nonostante avessimo trovato velocemente riparo, per alcuni minuti ci siamo esposti alle radiazioni, decidiamo quindi di toglierci tutti i vestiti per rimuovere le particelle radioattive che si sono depositate sopra. Troviamo una bottiglia d’acqua con cui lavarci, dato che le tubature del bagno sono andate, e indossiamo delle tute da operaio trovate in un ripostiglio. Abbiamo letto che le radiazioni in ricaduta a seguito di una bomba nucleare diminuiscono rapidamente nel giro di 72 ore, prendiamo dunque la decisione di aspettare lì sotto i soccorsi.

Iniziamo a pensare a tutte le persone morte o nella nostra stessa situazione: affamate, assetate e ferite. Cerchiamo di chiamare i nostri parenti e amici con il cellulare ma non c’è linea. L’angoscia e l’ansia ci assalgono, ma cerchiamo di distrarci parlando delle nostre vite, tentando di sdrammatizzare scambiandoci idee e riflessioni sui film di sopravvivenza che abbiamo visto: in alcuni momenti riusciamo persino a riderci su. Dopo due giorni senza mangiare né bere, arrivano i soccorsi. Vediamo scendere dalle scale delle persone vestite con tute anti-radiazioni e maschere anti-gas; un medico inizia a visitarci velocemente, facendoci diverse domande su come abbiamo agito nelle ore precedenti; ci porgono delle tute e delle maschere come le loro e ci invitano a seguirli.

Usciti dalla metro il paesaggio che ci si para di fronte è desolato, desertico, decadente.

In una parola: affascinante.

Un assordante silenzio ci circonda, un profondo senso di pace si fa strada in noi.

Nonostante tutto siamo vivi, ed è una splendida giornata.