Il corpo della voce: mostrare il suono

Luogo: Palazzo delle Esposizioni

Durata della visita: 2/3h

Periodo: dal 9 Aprile al 30 Giugno 2019

Costo biglietto: 10€ intero; 8€ ridotto

La voce come pura dimensione sonora, svincolata dal significato della parola. La voce come uno strumento musicale. Questa ricerca ha accomunato tre grandi artisti del Novecento: la cantante mezzosoprano di origini armene Cathy Barberian , l’attore e regista Carmelo Bene, e il musicista cantante di origini greche Demetrio Stratos.

Una mostra al Palazzo delle Esposizioni indaga il Corpo della voce, esponendo fotografie ed audiovisivi, oltre ad apparati tecnologici e materiali di repertorio rari. Il visitatore si immergerà in voci in-significanti dalle sonorità più disparate; la voce potente e avanguardista della Barberian, che insieme al marito Luciano Berio ha esplorato le sue potenzialità canore fino ai confini della letteratura e del teatro.

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Lo sperimentalismo dell’alessandrino Stratos, già frontman dei Ribelli e degli Area, con le sue ricerche di etnomusicologia ed estensione vocale che lo hanno portato a produrre incredibili diplofonie.

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Infine lo spaesato visitatore sarà colpito e maltrattato da Carmelo Bene, discussa e controversa figura, non-attore che rimane pressoché un unicum nella storia teatrale e cinematografica italiana. Le sue (quasi) incomprensibili parole prendono a pugni l’ascoltatore, che non può far altro che abbassare la guardia e lasciarsi colpire, nella speranza di farsi trasportare altrove.

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L’impressione tra-lasciata di Marco Ortenzi:

“In principio era il Verbo” – bell’incipit (vero?). No! In principio era Niente.

Impossibile (non) scrivere nei limiti del morto-orale. Impossibile (non) dirvelo. L’oggetto della scrittura è in-finito, metafora di un inaccessibile, invertito sulle orme di un (as)soggetto sempre passante. La volontà svanisce nella sua origine – nascere la vota all’impossibile come se, malata di assoluto fin dal cominciamento, morisse infine della questione che l’ha (s)formata. Solo scontando (in) questo paradosso si capisce come la lebbra della funzione imponga le regole d’un gioco al massacro, la ricerca impossibile di un dir-velo che è vivisezione per addizione, una dir-mensione di smembramento per esplosione. La lingua, il significato, si rende in presenzassenza dell’indicibile (in-dicibile), l’enunciato è ferito dall’increazione (del) significante.

Suono. Non dico niente. Un (non dico) niente che, così non-detto, risuona, a vuoto. Soffio asincrono. Soffio di-veto, di-vento soffio, timbro-tono, alone sconcerto della forma, carne senza concetto, amplificazione, disarticolazione, (sp)ossesso, disindividuazione, La Mariée mise à nu par ses célibataires, même, squartamento sacrificato sull’altare del non-senso – “lo so, mi sa” – not I, soggetto assoggetato  – …What?...Who?...No!...She! – codesto solo oggi possiamo dirvi, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo – quasi-niente, precipitato fuori corpo affatturato dall’accidente d’un nome, nel “fatto sonoro”, emissione d’una maschera del Vuoto, PHONÈ , (la) VOCE, atto patologico in-form-azione d’un gesto fono-articolatorio amputato del non-suo cominciamento-compimento, presente solo come di-scorso tra-passato, memoria di che mai fu un è, fantasmi e résonnance, precipitato d’un intera vita pensosa nell’atto di dire-il-nulla “oltre i limiti dell’impossibile”.

 Articolo a cura di Claudio Sagliocco e Marco Ortenzi.