M. Giacobbe Borelli – "OUT OF ORDER"

 
 
Casa editrice: Bulzoni

Edizione: 2012

Pagine: 250

 
..E voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida.

 

A diciott’anni m’innamorai di questo verso. Si tratta dell’inizio del refrain del brano Voglio una pelle splendida, firmato Afterhours nell’ormai lontano 1997. L’album si chiamava Hai paura del buio.

Non appena terminato di leggere l’antologia di saggi Out of order, quel che resta del corpo nello spettacolo contemporaneo (edito da Bulzoni  nel 2012 e curato da Maria Giacobbe Borelli) ho sentito l’irrefrenabile bisogno di “sintetizzare” la mia personale esperienza di lettura e ricezione del testo in questione attraverso un esperimento di coinvolgimento del corpo mescolato all’intelletto, appunto ascoltando una canzone e restituendone l’intensità tramite il sentirla vivere nella mia scatola cranica.

Ebbene, il filo rosso e conduttore del lavoro che mi accingo a recensire è tracciato da un’attenta e profonda ricerca della generale esperienza spettacolare vissuta nell’ hic et nunc, con particolare riferimento alle arti teatrali e performative di quest’epoca.

Nove saggi che discutono e interrogano il silenzio che abita la distanza tra l’attore-artista e lo spettatore, tra l’essere e il suo self, tra la vita e la morte, il cui conflitto altro non si combatte che sulla materia corporea, garante del passaggio che l’essere umano compie sulla Terra.

Il volume si apre con una brillante prefazione della filosofa e critica letteraria Évelyne Grossman, la quale focalizza l’intento del lavoro discutendo a proposito dei muri che rendono alieno l’uomo contemporaneo di fronte a se stesso e agli altri, nello specchio del proprio corpo da vestire e personalizzare secondo i canoni normali della società, inevitabilmente standard. Muri questi, che sono da abbattere e che quindi occorre conoscere. Le arti contemporanee hanno appunto il “compito” di scavare nelle viscere della “nostra vulnerabilità”, pesare “la nostra permeabilità agli altri, la maniera con la quale ci influenzano” sia nel senso psicologico della questione, quanto soprattutto in quello fisico. La Grossman avanza a riguardo una sintesi filosofica che investe la questione dell’invivibilità del corpo, prendendo in esame Barthes (ma anche Deleuze e Derrida) e la sua concezione di transindividualità: non è possibile vivere con sopportazione il proprio corpo, depositario di organi e macchina perfetta. Occorre che questa macchina sia svuotata, che non sia propria; “il corpo è quello che non possiedo mai in proprio; è quello che non è mio senza scarto, né differenza”. Così ciò che importa davvero non è tanto il vissuto, quanto ciò che è impossibile vivere: l’arte, in tutte le sue forme e pratiche. È attraverso l’opera che la messa in discussione dell’essere ha luogo, la messa in discussione della propria identità, della propria presenza che sempre, come il tempo, sfugge lasciando tracce da percorrere.

Ad introdurre ed aprire l’antologia è la ricercatrice Maia Giacobbe Borelli, la quale, riprendendo i temi affrontati dalla Grossman, li trasferisce nel campo dello spettacolo contemporaneo,: vivace sipario in cui sfilano brandelli di corpi “sfiniti, feriti, indefiniti”. La Borelli specifica quanto la scrittura drammaturgica sia effettivamente cambiata con l’avvento della modernità, quanto diversa sia la partecipazione dello spettatore e importante la sua presenza in continua modificazione.

La scrittura ed i teatri di Artaud sono i primi testimoni a favore delle ragioni del volume. La Borelli racconta la “presenza metafisica” dell’artista francese estrapolandone la poetica evoluzionaria, che lo vuole “nemico del teatro” proprio a causa dell’amore che in esso e per esso sorge.

È dell’estremismo vitale di Artaud e delle sue opere che la Borelli vuol discorrere, di quanto l’artista sia stato lungimirante riguardo la complessità di espressione e comunicazione dell’essere in una realtà sempre più mediata ed inautentica, concretizzando chiaramente il punto nevralgico dell’intero volume. Cosa del corpo resta nello spettacolo contemporaneo? Il corpo, che con l’avanzare delle tecnologie è sempre più introdotto alla partecipazione ad un mondo virtuale, diviene altro da sé e tuttavia continua a mettere in gioco la totale attività sensoriale.

Il teatro di Artaud, scrive l’autrice, è il luogo attraverso cui il Corpo può essere restituito a se stesso, può respirare e trasferirsi nell’Altro, un altrove comune e condivisibile, terrorizzante ed “utile come atto”, come il fiore di De André che nasce dal letame. È lo scrittore in prima persona a vivere l’esperienza del dolore, a fare di se stesso l’opera più significativa che sopravvive oltre la morte.

La Borelli con Artaud, la Quarenghi con Rezza e Mastrella, la Fernandez con Delbono e Kantor, giustificano nei rispettivi saggi di questa pubblicazione il dilemma che investe la visibilità del corpo come nucleo di presenza oggettiva nel mondo ed espressione dello straniamento e della distruzione dell’integrità di questa presenza.  

Paola Quarenghi percorre la carriera ed il teatro di Rezza e Mastrella definendolo “corpo-teatro”. L’autrice, professoressa di Storia dell’arte e spettacolo all’università La Sapienza di Roma, dissipa ogni dubbio circa la collaborazione dei due artisti, Antonio Rezza (il corpo) e Flavia Mastrella (la scenografa), fornendo una chiave di lettura del loro rapporto artistico illuminante riguardo la poetica che nel tempo è andata formandosi. Un teatro privo di tessuti narrativi, in cui ad essere protagonista è la pura fisicità, intesa come movimento. Rezza allena il suo corpo, lo spossa e spossandolo ne indossa i frammenti, rappresentando la negazione di un’integrità, dunque di una storia, di una comunicazione. Il teatro di Rezza-Mastrella ricorda da vicino la poetica di un Maestro del Novecento, Samuel Beckett, la cui analisi è fornita da Guillome Gesvret, studioso e critico beckettiano. Non credo sia un caso che il suo saggio segua quello della Quarenghi.

Di Beckett, Gresvret analizza un’opera televisiva realizzata nel 1981, “Quad”, fornendo immediatamente i parametri di lettura dell’opera, specificando appunto cosa rappresenti la scrittura televisiva in un autore come Beckett, intento a rappresentare “l’assurdo” che vive nell’impossibilità di esprimere e l’obbligo di esprimere comunque. “Quad” è una danza. Quattro esseri incappucciati si muovono secondo un proprio ritmo (fornito da quattro diversi tipi di strumenti a percussione) seguendo uno schema geometrico fisso e indossando ognuno un colore diverso. Il movimento è continuo, ipnotico ed i soggetti non si toccano mai. Ognuno segue l’altro, ma allo stesso tempo è solo. A rendere lo spettacolo è però la luce, le tecniche della ripresa televisiva. Quelli che sono i personaggi di “Quad” sono degli spettri, così Gesvret li definisce, in quanto privi di identità, volto, sesso. Sembrano macchine evanescenti che potrebbero scomparire da un momento all’altro. L’analisi dell’autore del saggio è volta a fornire un suggerimento importante circa questa caratteristica dei corpi di “Quad”, resi fantasmagorici grazie alle tecniche della ripresa televisiva. Proprio per questa ragione il corpo non rappresenta più una presenza. La tv non stabilisce un contatto, è fuori da noi e dentro il quotidiano. È l’allarme dell’Artaud profeta, il sintomo, dice Gresvert, di una dimensione spaziale e temporale alterata, in cui l’autentico è alienato, è doppio, triplo, infinito e quindi zero. Tutto e niente catapultato nella mente dello spettatore passivo e appagato.

Si comprende come gli autori dei saggi abbiano messo in rilievo il ruolo del pubblico nelle loro analisi. “L’altro” è la prerogativa necessaria dell’arte performativa. Il saggio della ricercatrice Suzanne Fernandez percorre le mosse del teatro di Pippo Delbono e Tadeusz Kantor,: due autori puramente fisici, ritmici e corporali, in cui la psicologia e la narrazione sono bandite.  Si tratta di una scelta radicale che pone il corpo dell’attore al centro della scena. La Fernandez racconta alcuni spettacoli dei due autori per suggerire le significazioni che i corpi agenti assumono nello spettacolo. Corpi agenti e reagenti. Il corpo dello spettatore è messo in relazione al corpo dell’attore, reagisce all’ emozione, alla violenza, all’istinto che produce il movimento. Tutto è contagio ed è in questo stato, ricorda la Fernandez, che avviene l’atto teatrale.

Il volume dunque coinvolge il lettore in una riflessione che lo riguarda da vicino, in cui il confine tra dentro e fuori il sé è continuamente ri-disegnato. L’arte tutta procede svelando più punti di vista di una stessa verità. “Noi non amiamo e leggiamo poesie perché è carino, noi amiamo e leggiamo poesie perché siamo membri della razza umana e la razza umana è piena di passione”. Questa citazione, presa dal film “L’attimo Fuggente” mi ricorda quanto il nostro corpo sia costretto a contenerci, a rappresentare il tempo della nostra esistenza e ad essere il testimone delle nostre più profonde emozioni. Il saggio di Luigi Avantaggiato discute a proposito della contemporaneità e di come al suo interno l’arte abbia adeguato le sue forme di rappresentazione al bisogno umano di identificazione. Avantaggiato analizza acutamente alcune opere scultoree di Marc Quinn, artista londinese che attraverso varie tecniche e mezzi realizza sculture che hanno per “tema” la conservazione delle forme viventi, la salvaguardia dall’azione corrosiva del tempo e della malattia. In particolar modo, Avantaggiato esplica i passaggi concettuali e artistici che danno ragione al progetto “Chemical Life Support”, una serie di opere-persone, scrive lo studioso, tenute in vita da farmaci quotidiani. Il rapporto attore-spettatore è realizzabile concretamente. La rappresentazione diventa proiezione di sé,; è legata al muro invisibile posto tra realtà e immaginario, vita e morte, malattia e integrità. Il corpo è il campo in cui questa battaglia si verifica. Lo studioso supporta la sua analisi servendosi di esempi critici e storico letterari per configurare il discorso su un piano artistico, e prende in esame lo sguardo clinico attraverso cui l’uomo affronta la vita. Brillante, a proposito, la seconda parte del saggio in cui Avantaggiato analizza alcune puntate del serial “Dottor House”, fornendo chiavi di comprensione del meccanismo seriale televisivo, che sempre più vuole il corpo esposto allo svisceramento e pone il medico eroe a cavallo tra la fredda scienza ed il caldo pulsare del cuore, in pericolo. Il suo è un discorso estetico e biologico, che investe le trame letterarie e narrative del come il corpo viene raccontato e trasformato.

Perché il corpo si trasforma, viene modellato e proiettato nell’immaginario di un qualcosa altro e fuori da sé. Il confine è labile. A dirlo è Marco Andreoli, il quale analizza come l’essere umano abbia la possibilità di uscire dalla realtà per immergersi all’interno di un corpo protesico, virtuale: l’invenzione del videogame. Lo studioso racconta il percorso del videogioco come creazione umana, capace di rendere realistico l’avatar dell’eroe. La sua disamina scorre appassionata ed attenta, rivolta alla creazione di quello che lui chiama “corpo emotivo”, la manipolazione che sempre più sfugge del personaggio videoludico in cui ci si imbatte. E come sempre più il corpo del giocatore si mescoli al corpo virtuale, tanto da suscitare emozioni violente e affezioni sincere. Le modifiche che il corpo virtuale ha subito nel tempo gli hanno conferito una dimensione quasi plastica, come le statue di Quinn, sensoriale come i corpi denudati di Delbono, sperimentali come il corpo operato di Michael Jackson.

È  di lui, e del suo labirinto, che Katia Ippaso discute nel suo bellissimo saggio. Jackson e la sua componente arieliana, spirito del vento e luciferino manipolatore. La Ippaso omaggia la pop star configurandola come mitico e tragico mutante. Senza corpo e con tutto ciò che del corpo si possa cambiare, persino il colore della pelle, la genetica, l’origine, la coscienza di un’identità da rintracciare. Le mutazioni dell’artista rappresentano allora il conflitto che nasce dalla sofferenza di non sapersi parte della realtà in cui si abita e si opera. Cosa resta del suo di corpo? La danza lunare, risponde (la) Ippaso.

Cosa invece appartiene al corpo? Cosa porta avanti il dilemma della comunicazione che avviene e non avviene tra mittente e destinatario? La voce, il suono. Gli ultimi due saggi del volume raccontano due differenti esperienze spettacolari,: una musicale, l’altra ancora teatrale.

In un certo qual modo si combinano: i Pink Floyd, secondo Gianni Pingue, hanno fatto del tema Corpo il mastice della loro carriera. Come sopperire alla mancanza del leader, come nascondersi e sprigionare energia dall’alto dell’ispirazione artistica? I Pink Floyd hanno costruito il loro muro fatto di luci e suoni sostituendoli al frontman ed evitando un contatto che non avverrebbe tra i corpi coinvolti. In particolare, Pingue rivela caratteristiche importanti che del film-spettacolo “The Wall”,: una grande metafora sull’alienazione umana, la malattia e la solitudine che tutti riguarda e che nessuno esclude. Lo scambio tra pubblico pagante e artista-pagliaccio è messo in relazione col rapporto soldato-comandante. Il corpo dello spettatore è una macchina da guerra, pronta a ricevere violenza, a farsi sconquassare i sensi e l’appetito, ad uscire da sé e svuotarsi. Non importa che non si veda, il corpo musicale rende tutti figli della voce, pecore del gregge, ognuno nella propria custodia-corpo-armatura e nessuno dentro di esso. Allo stesso modo, l’ultimo saggio analizza uno spettacolo contemporaneo di Rober Lepage, “Lypsynch”, in cui l’elemento vocale è la traccia da seguire, l’unico corpo senza distanza dal corpo, ma comunque non garante di verità, di senso, identità. Antonella Ottai fornisce un’ottima analisi dello spettacolo e lo fa con un senso critico volto a stabilire l’indeterminatezza dell’essere, che neanche la voce riesce a contenere. Raccontando lo spettacolo, la Ottai immerge il lettore in una dimensione a più livelli, in cui tutti si rincorrono senza raggiungersi veramente e lasciando irrisolto il dilemma dell’appartenenza, lo stesso di sempre, lo stesso di tutti.

Non posso continuare. Continuerò”.

Out of Order è un volume appassionato, che pone in esame l’Essere e la sua connotazione di vivente, l’essere presenti in un corpo che non si arriva ad appartenere. (andrei a capo, per una questione visiva)

Una vita che non è vita senza l’arrivo della morte.