Alfred Hitchcock: Il maestro raccontato

Hitchcock è senza dubbio uno dei più grandi registi di tutta la storia del cinema; le sue pellicole hanno fatto scuola, ispirato cineasti e terrorizzato generazioni di spettatori, e alcune scene sono talmente celebri da essersi insediate nell’immaginario comune, tanto che anche chi non ha mai visto Psyco conosce la scena della doccia. Ma chi era veramente Alfred Hitchcock, e perché è stato così importante per il cinema?

Nato a Londra nel 1899, cresce in una famiglia cattolica, un’eccentricità nell’Inghilterra protestante, e frequenta un Istituto di Gesuiti. Si sviluppa così in lui un sentimento di paura morale, dovuto anche alle punizioni corporali che infliggevano i padri Gesuiti.Per ironia della sorte, quel bambino impaurito finirà per terrorizzare milioni di persone con i suoi film…

Fin da ragazzo mostrò un grande interesse per il teatro e per il cinema, e nel 1920 cominciò a lavorare per una casa cinematografica, la Famous Players, disegnando i titoli e le didascalie dei film muti prodotti dallo Studio. In seguito comincia ad occuparsi delle scenografie, delle sceneggiature, fino a diventare assistente alla regia, affiancando due fra i più importanti registi dell’epoca, i tedeschi Murnau e Fritz Lang. Durante il suo soggiorno berlinese a fianco dei due grandi maestri, maturerà un forte interesse nei confronti del cinema espressionista, influenza rintracciabile in molti dei suoi film.

Nel 1925 gira il suo primo film, “Pleasure Garden”, e fino al 1929 (anno in cui la transizione dal cinema muto a quello sonoro è conclusa) gira nove film. L’essersi formato nel periodo del muto è di grande importanza, perché gli ha insegnato a raccontare storie senza l’uso dell’audio, tramite le immagini. Così anche nei film sonori Hitchcock cerca di farci vedere gli avvenimenti, facendo un uso molto parco dei dialoghi, in virtù della legge essenziale del cinema: tutto ciò che viene detto invece di essere mostrato è perso per il pubblico. Pensiamo alla scena iniziale della Finestra sul cortile (1954), dove nei primi tre minuti non c’è alcuna battuta, ma possiamo comunque cogliere moltissime informazioni:

 

https://www.youtube.com/watch?v=I5It0nmoYE4

 

Sappiamo che è estate e fa molto caldo, perché la fronte di James Stewart gronda di sudore e due inquilini nel palazzo di fronte dormono in balcone, sappiamo il nome del protagonista, L.B. Jeffries, perché scritto sul gesso, e intuiamo anche come si è procurato quell’ingessatura; Hitchcock ci mostra infatti una macchina fotografica distrutta e una serie di fotografie di corse automobilistiche ed altri eventi pericolosi. Carpiamo quindi che Jeff è un fotoreporter e si trova con la gamba ingessata in seguito ad un incidente riportato sul lavoro. Tutto ciò lo abbiamo desunto senza l’ausilio di alcuna parola.

Nel celebre libro-intervista di Francois Truffaut “Il cinema secondo Hitchcock”, il regista inglese dice a proposito di questa scena:

è l’utilizzazione dei mezzi offerti dal cinema per raccontare una storia. Mi interessa di più che se qualcuno avesse chiesto a Stewart: “Come si è rotto la gamba?”. Stewart avrebbe risposto: “Facevo una fotografia di una corsa automobilistica, una ruota si è staccata e mi è arrivata addsso”. Non è vero? Questa sarebbe la scena banale.

Questo è solo uno dei molteplici motivi che fanno di “Rear Window” (La finestra sul cortile), uno dei capolavori di Hitchcock; il film, interamente girato in una stanza, con una sola immensa scenografia e tutta la storia vista attraverso gli occhi dello stesso personaggio, rappresentava una sfida tecnica per Hitchcock, sfide in cui lui amava cimentarsi. La finestra sul cortile però non è solo uno sfoggio di tecnica perfettamente riuscito, il film analizza il tema del rapporto di coppia, quello fra James Stewart e Grace Kelly, ma ancor di più il film rappresenta una metafora del cinema stesso, facendo di James Stewart lo spettatore e della finestra il grande schermo.

Lo spartiacque nella carriera di Hitchcock è rappresentato dal trasferimento ad Hollywood nel 1940, dove diventerà una vera celebrità, costruendo l’immagine di se stesso come “maestro del brivido e della suspense”,  alimentata dalle serie televisive “Alfred Hitchcock presenta” e “L’ora di Hitchcock”, ideate e presentate da lui stesso. In America diventerà il produttore di se stesso, nonché uno dei registi più ricchi di Hollywood, successo che difficilmente gli sarà perdonato dalla critica.

Essendosi formato in ambito pubblicitario seppe sfruttare al meglio la sua immagine, disegnando il suo celeberrimo profilo, diventato poi una sorta di logo immediatamente riconoscibile.

 
 

                                                                                                                                                                                       

Fra gli anni Cinquanta e Sessanta realizza alcuni fra i suoi più celebri film: L'uomo che sapeva troppo (remake del film del 1934, diretto sempre dallo stesso Hitchcock), lI ladro, La donna che visse due volte, Intrigo internazionale, Psyco, Gli uccelli, Marnie. Elemento comune di questi capolavori, e in generale di tutta la sua filmografia, è la suspense: questa è lo strumento più potente per trattenere l’attenzione dello spettatore, ed è ben diversa dalla sorpresa, più tipica di un film horror. Se due uomini su un treno parlano e all’improvviso esplode una bomba lo spettatore sarà sorpreso, se invece nella scena precedente vediamo un altro uomo posizionare la bomba sotto il tavolo, vivremo la scena del dialogo con angoscia, con la paura che la bomba possa scoppiare da un momento all’altro. La suspense viene a crearsi quando lo spettatore sa qualcosa in più dei personaggi. Spesso questa ansiosa attesa è rinforzata da temi musicali che accentuano la suspense, basti pensare alla colonna sonora di Psyco, realizzata dal compositore Bernard Herrmann, dove i suoni sono “prosciugati” a favore dei soli archi, utilizzati come strumenti ritmici.

La scena della doccia è emblematica, un vero e proprio topos audiovisivo dove il suono entra in maniera plateale divenendo protagonista, conferendo un senso di instabilità e angoscia, trasmesso anche dalla macchina da presa tramite continui primi piani e stacchi molto veloci.

 
 
 
 

Altro elemento ricorrente dei film di Hitchcock è l’espediente del Mac Guffin, da lui stesso inventato. Si tratta di uno stratagemma narrativo che serve a muovere la storia, è come un trucco, una scappatoia, di scarsa rilevanza per il significato della storia in sé, ma necessario per sviluppare certi snodi fondamentali della trama. Sempre nel libro-intervista con Truffaut, Hitchcock lo descrive tramite una storiella:

Ora, da dove viene il termine Mac Guffin? Ricorda un nome scozzese e si può immaginare una conversazione tra due uomini su un treno. L’uno dice all’altro: “Che cos’è quel pacco che ha messo sul portabagagli?” L’altro: “Ah quello, è un Mac Guffin”. Allora il primo: “Che cos’è un Mac Guffin?” L’altro: “è un marchingegno che serve per prendere i leoni sulle montagne Adirondak”. Il primo: “Ma non ci sono leoni sulle Adirondak”. Allora l’altro conclude: “Allora, non è un Mac Guffin”. Questo aneddoto ti fa capire che in realtà il Mac Guffin non è niente.  

In Psyco ad esempio il Mac Guffin è rappresentato dal denaro sottratto da Marion al suo datore di lavoro all'inizio del film, mentre ne La finestra sul cortile è la gamba rotta del protagonista, che serve solo a farlo stare immobilizzato in carrozzella ad osservare dalla finestra.

Immancabili nei film di Hitchcock sono infine le sue comparse: in ogni suo film infatti, ad eccezione di alcuni girati in Inghilterra, il regista compare in un cameo, a volte facilmente riconoscibile, come in Caccia al ladro, dove appare come passeggero a bordo dell’autobus accanto a Cary Grant, altre volte decisamente più difficile da scovare, nascondendosi fra la folla, nei giornali o in vecchie fotografie.

 
 
 

Le sue apparizioni sono come un gioco per gli spettatori, che ad ogni film devono cercare di individuare in quale scena si sia nascosto.

Dalla seconda metà degli anni Sessanta segue un periodo difficile, l’ultimo della sua carriera. Tornò a lavorare a Londra dove fu accolto con grande entusiasmo, ma le sue condizioni di salute non erano buone, e a causa di problemi cardiaci gli fu applicato un pacemaker. Nel 1976 realizza il suo ultimo film, il cinquantatreesimo, Complotto di famiglia. Morirà quattro anni dopo, nel 1980, a Los Angeles.

Alfred Hitchcock è universalmente riconosciuto come uno dei più importanti cineasti di sempre, e merita a buon diritto si stare nel pantheon dei più grandi registi della storia del cinema. I suoi film ci parlano ancora a distanza di decenni, ci emozionano, ci spaventano, ci tengono incollati allo schermo, e nonostante gli effetti speciali siano obsoleti, specie in confronto a quelli a cui siamo abituati oggi, questo non li rende superati.

Molti dei suoi film sono invecchiati bene, come un buon vino, (cosa molto difficile per un film, a differenza di un quadro o un libro), e questa è la riprova della sua grandezza.